Un tempo era Vigna Ilaria e già si mangiava bene, ora con quel nome si chiamano le camere mentre il ristorante ha questo nuovo nome: Pesce Briaco. Nome non bellissimo, secondo noi ovviamente, ma l’importante è che si mangia pure meglio di prima.I meriti vanno a tutti a cominciare da Andrea Maggi che sembra sempre un ragazzaccio nonostante che passano gli anni (ma è preparato sveglio ed attento come pochi in sala). Ma la vera sorpresa è ritrovare Maurizio Marsili, conosciuto tanti tanti anni fa alla Locanda dell’Angelo, dove Angelo sta per Paracucchi. Con il leggendario maestro ha vissuto e lavorato per anni per poi continuarne l’idea di cucina. Che ritroviamo in questa locale dove Maurizio propone una serie di ricette potremmo dire didascaliche eseguite con grande rispetto e maestria (soprattutto la linea degli antipasti). L’impostazione è rigorosa: da una parte un pesce, qualsiasi purchè sia “povero” di quelli che al mercato rimangono in fondo alla cassetta non perchè non siano buoni, ma perchè nessuno sa come trattare. Dall’altra una verdura, e anche qui non sempre i soliti nomi, appena sbollentata e unita con un qualcosa di evanescente in dosi omeopatiche per non coprire a destra o a sinistra il pesce e la verdure, giusto quel tanto per capire che è presente. Bandito nel tutto il grasso, l’unto, l’intingolo. Una cucina che è salubre, sana, ma non ospedaliera. Una cucina che ha tanti messaggi, ma nessuna voglia di apparire, anche perchè è l’immagine di uno chef bravo quanto schivo. Ed oggi questo rappresenta forse, in un mondo che privilegia altri valori, il suo più grosso difetto. Detto questo qualche piccola nota ci permettiamo di fare, qua e là un pizzico di contrasto o vivacità in più non starebbe male, e la fase finale quella dei dessert è sicuramente non all’altezza del resto della cena. Ma il nostro è un invito a venire a scoprire per una volta non un giovane chef emergente, ma un elegante maestro di modi e di fornelli.
Porzioni Cremona
Un nuovo ristorante che è anche un bel progetto. Si divide in due, lato gorumet e lato bistrot, di fronte l’orto, dietro il parcheggio. Dnetro spazi puliti, lineari con un bel bancone bar lungo la parete e la cucina dietro che si intravede. A gestirla dei giovani in sala e in cucina con Davide Tangari anche in corsa ad Emergente Chef (scuola di Cannavacciuolo ed altri). Non mancano le idee: a rotazione si propongono piatti di cucine etniche (con una mappa del mondo come guida), fantasia anche negli abbinamenti, ma non mancano comunque le chlassiche etichette scelte da una cantina in larga parte a vista. Anche il menù fa presuppurre impegno e qualità, ma siamo stati al bistrot e quindi rinviamo il giudizio ad un altro passaggio.
Per anni siamo stati convinti sostenitori della classe di Mauro Buffo, chef di grande esperienze maturata tra oriente ed occidente, per qualche anno poi al Virgilius a Lana, ma sempre rimasto lontano dall’onda mediatica nonostante le sue indubbie doti e capacità. Finalmente l’arrivo ai 12 Apostoli di Verona, uno dei più belli locali storici d’Italia, e qui finalmente è stato scoperto anche da un più vasto pubblico. A Roma non era praticamente mai venuto ed è quindi un’occasione per gli appassionati della Capitale poter assaggiare qualche sua ricetta. Complimenti anche a questa iniziativa del Radisson che ha scelto per la serie di cene a 4 mani con lo chef resident Giuseppe Gaglione, alcuni chef molto bravi ma relativamente poco noti, privilegiando di sicuro la qualità rispetto alla notorietà.
Il panettone più buono del mondo lo fanno ad Ischia e quello più buono per la critica lo fanno a Pompei. Il curioso verdetto fa sensazione, anche perché a convalidarlo sono due giurie, una di grandi pasticcieri e chef, perlopiù lombardi o dei dintorni, la seconda di critici esperti (e noi che eravamo lì ad assaggiare abbiamo potuto vedere che i pareri alla fine sono stati molto simile). C’erano anche alcuni panettoni venuti da lontano, perfino dal Giappone per dare a questo evento un orizzonte internazionale. L’evento ha l’ambizione di mettere un po’ di ordine tra le tante iniziative (a volte un po’ estemporanee) che affollano il settore. Ci sembra che ci siano i presupposti, qualcosa bisognerà migliorare nell’organizzazione, ma la voglia di fare bene c’è e già si vede.
E’ forse la più grande fiera del mondo per le attrezzature legate alla ristorazione e all’ospitalità. Un appuntamento quindi irrinunciabile ed in effetti fare un giro per i tanti padiglioni è veramente istruttivo. Sono tante le novità, piccole e grandi, di sostanza e di stile ed è tanta la gente che è qui per vedere, incontrare, cercare di capire dove va il mondo della ristorazione che con i suoi sapori e colori non finisce mai di stancare.
Sapevamo che l’artemisia avesse doti nemmeno troppo nascoste (è alla base dell’assenzio e anche del genepy), ma non pensavamo che il meglio di sé lo potesse dare con i funghi selvatici. L’abbiamo scoperto grazie a Gian Michele Galliano, chef schivo e riservato, poco mediatico, appena fuori dalle Langhe e quindi ancora più naturalmente appartato. Ha un locale piccolo, elegante, un po’ troppo illuminato dal nome particolare (Euthalia è un genere di farfalla). Gian Michele è fondamentalmente un autodidatta, molto legato al proprio territorio ed è al suo secondo tentativo (il primo si chiamava Valentine a Roburent). Indubbiamente conosce la cucina e soprattutto i funghi che, sarà anche stata la stagione propizia, abbiamo ritrovato lungo il menù dove sono stati protagonisti primari o comprimari di numerose ricette. La migliore, che valeva da sola il viaggio è stata proprio quella con l’artemisia, ma anche il resto del menù apprezzabile nel complesso, soprattutto nella prima parte mentre il plin era un po’ troppo salato (magari un errore che può capitare) e la lingua un po’ scivolosa. Golosi anche i dessert ma non particolarmente curati nella presentazione, buona la pasticceria a confermare una solida tecnica di base. Quello che manca per rendere il locale più importante è tutto il resto: il servizio (anche se il padre, l’elegante Giuseppe Galliano, fa del suo meglio in sala, ma è solo e quella sera almeno il locale era pieno), il ritmo di uscita dei piatti, l’organizzazione della cucina incentrata tutta su Gian Michele. Speriamo che i numeri (della clientela) aumentino in modo da permettere una funzionalità attualmente carente.
Un graditissimo invito quello della Famiglia Tommasi che conosciamo da tanti anni. A quei tempi era una realtà soprattutto veronese incentrata sulle vigne della Valpolicella con anche Villa Quaranta, un bell’albergo ad arricchire la scena. Oggi è una realtà nazionale con tante aziende che spaziano lungo la penisola. L’occasione è presentare la nuova etichetta di De Buris, il loro vino di alta gamma. De Buris prende il nome da un’antica villa ricchissima di storia che appartiene alla famiglia e che ha dato il nome a questo vino. Non solo vino, ma anche un progetto più grande che si completerà nel giro di qualche anno con il recupero prezioso di questa magnifica struttura. E nel frattempo brindiamo a questo amarone, straordinariamente piacevole, di inusitata beva vista anche la sua importanza e anche di facile abbinamento visto che ha accompagnato tutto il menù preparato dalla brigata di Enrico Bartolini, lui assente, ma presenta il suo braccio destro Remo Capitaneo. Da citare il magnifico dessert che ha chiuso la cena, l’albero delle amarene.
gallery

l’atrio del Mudec

festa per De Buris

la famiglia Tommasi riceve

una delle etichette

Pier Giorgio Tommasi con Nino Graziano e Pino Cuttaia

con Nino e Pino

Remo Capitaneo con Nino e Pino

il benvenuto di Pier Giorgio Tommasi

la sala

amarone De Buris in abbinamento su tutti i piatti

il nostro tavolo

danzatrici con clessidre simbolo del tempo che scorre per fare un vino

zucca marroni tartufo

altra annata

di scena i candelabri

riso latte civet di lepre

agnello da latte al profumo di rosa

altra vista

un tocco di oriente

l’albero delle amarene

buonissimo

l’applauso finale

alla famiglia Tommasi

che ringrazia i presen
Acquolina non è solo un ristorante (anzi due, visto che oltre alla sala al piano terra c’è anche il roof), piuttosto è un progetto in continuo movimento, grazie anche alla solidità del team alla guida che è sempre in azione: Andrea La Caita con a fianco Benito Cascone e in cucina il giovane Daniele Lippi che prende sempre più piede. Innumerevoli le iniziative che si inquadrano sotto il nome di Acquacircus, l’ultima è aver portato a Roma il bravissimo Nino Rossi. Operazione meritoria perché il suo ristorante Qafiz, è in Aspromonte, come dire non proprio dietro l’angolo e vederlo qui a Roma è stato di sicuro un bel modo per farsi conoscere da tante persone. I due chef si sono alternati con una serie di ricette di ottimo livello e sugli scudi mettiamo questa volta l’ottimo risotto di Nino, però come non citare il coraggioso pane burro e alici di Lippi?
Una consuetudine quella di brindare al Four Seasons dopo la presentazione della guida Espresso. Ci ritroviamo così in quest’albergo che per molti è tra i più belli, se non il più bello, del mondo. Basta entrare nell’atrio per sentirsi in un altro pianeta ed è proprio l’Atrium che da il nome al ristorante di tutti i giorni, con una duplice scelta, una lounge superba o il giardino in stagione. Chiamare giardino quello che è il parco privato cittadino più grande d’Europa è ovviamente minimalista, è comunque un’esperienza da non perdere, anche perché sarete coccolati da un servizio superbo, diretto da Alessio Anedda. Chef executive è uno degli chef più amati da tutti, pubblico e critica, sia per il suo carattere che per le sue capacità professionali, sempre disponibile, sempre gentile, sempre operoso, sempre educato, parliamo di Vito Mollica. Lui, con il suo aiuto Filippo Fiorentini, ex emergente chef alle nostre competizioni, propone una cucina di lettura forse un po’ semplice, centrata sul gusto pieno, generosa negli ingredienti preziosi (ma qui siamo in una struttura che lo richiede). Il piatto migliore? l’elegante zuppa di granchio reale, il meno convincente? I pici fin troppo carichi. Ancora due annotazioni: il dessert fuori concorso, tra i migliori assaggiati quest’anno, ci fa ricordare che in pasticceria c’è Domenico Di Clemente, un fuoriclasse. L’ultima nota è invece triste, un ricordo per Patrizio Cipollini, il direttore fin dal primo giorno di quest’albergo, scomparso da qualche mese. A sostituirlo l’esperto Max Musto, tanti anni in giro per il mondo nei migliori alberghi, e quindi porta la sua grande esperienza.
Siamo in tanti convenuti qui per la 42sima edizione della guida Espresso, tanti anni a testimoniare un percorso ricco di contenuti. Secondo Enzo Vizzari, il curatore da tanti anni, viviamo un periodo meno scintillante di qualche anno fa, con meno “geni” e un buon talento medio, insomma sono sempre gli stessi i primi della classe. Forse io sono più ottimista: vedo tanti giovani in gamba affacciarsi e fare i primi passi in questo settore. Però è indubbio che il successo dipende non solo dal talento e dalle caratteristiche individuali, ma anche dalle circostanze favorevoli. E sono meno ottimista sul percorso della nostra Italia di questi anni.































































































































































































































































