La piazza è nobile ed aristocratica, e anche il palazzo appare severo. Una sapiente ristrutturazione ne ha illuminato il vasto cortile dove si affacciano le camere dell’Hotel. Al piano terra un bel bar accogliente e subito dopo il ristorante dell’albergo che deve sopperire a varie funzioni: la colazione al mattino, il pranzo spesso veloce, la cena alla sera. Pur facendo parte della catena degli NH Hotels, qui la gestione è separata ed è rimasta della proprietà, famiglia De Giuli, indubbiamente appassionata, con il desiderio di fare di questo posto una tavola gourmet. Oltre che appassionati sono anche coraggiosi. Hanno chiamato qui il giovane Andrusyshyn Vasyl ucraino di origine, ma cresciuto poi qui in Piemonte con Pier Bussetti (chef bravo ed eclettico) ed ha poi aumentato il livello di contaminazioni andando in giro per Brasile, Francia e passando anche per il Noma. Il rislutato è tuttaltro che banale, i piatti si succedono rivelando indubbie doti di base, un talento che riesce a coniugare ingredienti di mezzo mondo con sufficiente tecnica, e piacevole disinvoltura. Nulla ci ha fatto gridare al miracolo, ma quasi tutto ci è sembrato gradevole con il tacos Carlina in primo piano seguito dalla trota in carpione e dalla composizione di cozze e ricci di mare. Un ristorante diverso che ci pare appropriato in una città che aspira a diventare sempre più internazionale. Di fondo più che la cucina (e un valente servizo di sala) qualcosa comunque non ci convince, forse è l’ambiente, l’arredo, che cambia stile lungo il corso della giornata e rischia di non trovare una propria identità.
Ristorazione&Ospitalità
Piazza Terraglio è “il” luogo di Bassano, dove ci si incontra, si beve qualcosa. E questa Osteria Terraglio ne è il punto focale, specie da quando un gruppo di giovani in gamba la anima. Tutti uomini, ma spicca la donna: Silvia Brunello conosciuta a Modena e ora tornata a casa. Ha talento e precisione, grazia e savoir faire. C’è anche la parte “food” che è interessante, anche qui un giovane chef poco più che trentenne che ci mette tanta passione. Dovrebbe magari aggiornarsi con qualche stage più tecnico, ma comunque tra vino e cibo il locale merita ampiamente la sosta.
Nota bene, pochi giorni dopo la nostra visita abbiamo appreso che lo chef è andato via.
Solo quando ti affacci al 35simo piano (e vale la pena) ti ricordi che sei a Torino. Un locale internazionale che aggiunge pregio alla città e che è un piacere visitare per l’insolita location (da non perdere anche un cocktail all’utimo piano, il 37simo, e il giro della serra. Un valente servizio si prende cura di te al piano terra, e, se hai un cane, ti fa evitare le scale mobili, ti accompagna all’ascensore e ti porta su. Su sei quasi in Paradiso, peccato soloche il tempo non era proprio al meglio, ma il servizio, sempre efficiente ti mette a proprio agio nonostante che abbia un bel da fare (il locale è sempre pieno). Anche in cucina ovviamente hanno un bel da fare, anche perchè è divisa su due livelli (in modo da gestire al piano di sotto la sala eventi). Questo complica un poco la vita, ma comunque si avverte poco o nulla in sala. Ivan Milani non lo conoscevamo, ne avevamo sentito parlare e bene quando era al Resort San Quintino di Busca ed ora lo ritroviamo qui per altro ben circondato (con Fabio Macrì sous chef ed esperienze da Adrià e Fat Duck, e Pietro Massano, passato a Villa Crespi). Ottimo l’inizio con due piatti dove il green era protagonista in modo incisivo ed elegante: il sashimi di fassone e una bella interpretazione dell’asparago in varie temperature e consitenze. Poi un piatto un pò piacione ma indubbiamente succulento e di effetto: l’uovo d’oro, e un altro piatto molto convincente di indubbia forza e spessore: lo sgombro affumicato. Meno ci è piaciuto il proseguio con i due primi (pesante il risotto, un pò coperti i tortelli) e leggermente troppo sapido il piccione. Ci rimane quindi qualche dubbio, ma magari siamo stati anche sfortunati, e ci ripromettiamo di tornare perchè siamo curiosi, e convinti che una così bella brigata ci farà mangiare bene dall’inizio alla fine.
Dallo Zenzero di Grisignano di Zocco ai Do Mori di Asolo il salto c’è ed è tutto in positivo. Sia per il paese (ci perdonino gli abitanti di Grisignano): Asolo è uno dei borghi sicuramente più belli d’Italia, sia per la piacevolezza del locale messo su con passione eleganza ed amore. Sembra quasi di stare a casa, in una bella casa ovviamente, dove le buone maniere, dall’accoglienza al servizio, sono ben riproposte. Ritroviamo appunto qui Stefano De Lorenzi, conosciuto anni prima allo Zenzero dove lavorarava con la sorella Marianna Pillan. Entrando vedete subito la cucina sulla vostra destra, dove volenterosi ragazzi si muovono con destrezza. Colpisce subito la cucina intesa come attrezzatura: è nuova ma di sapore antico. Un pò come la linea di cucina che Stefano offre: radicata nel territorio, parla però un linguaggio sobrio ed elegante senza sbavature di vernacolo scadente. In sala Caterina si muove con altrettanza finezza, attorniata da un gruppetto di ragazze sorridenti e silenziose che non le senti ma sono lì accanto quando serve. La vista sul verde di Asolo completa il quadro. I piatti li abbiamo apprezzati tutti, anche quelli che un palato fine magari trova non perfettamente a punto, ma nessuno è stato banale, dagli asparagi di campo serviti nel tovagliolo, alla faraona in tecia. Bravo Stefano, ci hai offerto una piacevole sosta.
Ma che bello questo AMO, ultimo nato a casa Alajmo, al centro del Fondaco dei Tedeschi completamente rinnovato e trasformato in un elegante magazzino (prima Coin, ora multigriffe) con al centro appunto questo ristorante senza barriere delimitato da un quadrato di divani, in perfetto stile veneziano. La cucina è affidata alla giovane Vania Ghedini, 29 anni, sotto lo sguardo di Silvio Giavedoni, poco lontano (al Quadri in piazza Sna Marco) e ovviamente la supervisione dei fratelli Alajmo. Buoni i due cocktails, semplicità negli assaggi vegetariani, e interessante la focaccia fritta al pomodoro e mozzarella. Da visitare la pasticceria che è accanto, una vera chicca.
Quando passiamo per Venezia è difficile saltare l’amico Mauro Lorenzon. Da lui non ci si annoia mai, c’è sempre una novità, una notizia interessante da cogliere al volo tra un calice e l’altro. E poi c’è anche il figlio da seguire, Andrea, nel più piccolo ristorante di città, al Covino (poco distante dal celebre Covo), una saletta angusta con vari tavoli , dove è difficile perfino muoversi, ma dove c’è indubbiamente calore e colore.
Il vero “Oro” è con una “t” in più: l’orto, che cresce accanto e dove Davide Bisetto coglie quotidianamente fiori e verdure. Il risultato è notevole, l’inizio della cena è stato a dir poco entusiasmante con una serie di stuzzichini e piccoli bocconi, tecnici, eleganti, buonissimi con un tempura di fiori da applauso. Poi la cena è continuata su ottimi livelli, con qualche appunto: qualche ingrediente protagonista un pò coperto (ad esempio la sogliola) e qualche reminiscenza stilistica transalpina che ha volte fa piacere (nella precisione tecnica di alcuni passaggi, nella succulenza del panbrioche con foie gras e acciughe, nei dessert e nella pasticceria) ma a volte meno (soprattutto nei primi che vorremmo più “italiani”). D’altronde 10 anni di Corsica e 8 di Parigi con l’Arpege di Alain Passard come traguardo finale non si scordano e risaltano agli occhi. Ma crediamo che questo sia un bene, un’enorme esperienza acquisita che se equilibrata con un ritorno anche mentale in Italia alla fine potranno fare di questo ristorante una delle migliori tavoli non solo di Venezia (già lo è) ma di tutt’Italia. Davide è poi persona fine, squisita, appassionata del suo lavoro e speriamo di ritornare presto sperando di ritrovarlo su una linea ancora più vicina all’orto (che comunque è già largamente presente) e ad una maggiore aderenza ai nostri canoni, soprattutto in quelli che il mondo ci invidia.
Dai tempi di Natale Rusconi, mitico direttore del Cipriani dello scorso secolo (e inizi di questo) a Giampaolo Ottazzi, attuale direttore, il Cipriani è sempre stato ed è rimasto l’hotel iconico della città. Negli anni le novità ovviamente non sono mancate ed è interessante scoprire come anche il lato gastronomico prima forse meno curato (ci si mangiava bene, ma con una cucina volutamente semplice e di impostazione veneziana), oggi è invece in primo piano. Merito anche dello chef, Davide Bisetto, che è qui da poco più di due anni e che ha portato tecnica ed eleganza, ma che plaudiamo perchè ha anche la passione dell’orto. E qui, dove un tempo c’era la storica vigna di Casanova, oggi a fianco c’è un orto rigoglioso ed esteso dove Davide giornalmente si approvvigiona delle verdure che sono poi alla base delle ricette del ristorante gourmet. C’è anche un altro ristorante, il Cips, splendido quando in stagione si sposta sulla zattera flottante, e accanto i Granai, location per eventi che durante la nostra visita era addobbato per una festa privata….e che addobbo, da sogno!
Meno di due anni ed è già una bella realtà. Merito ai due fratelli Benedetta e Luca Fullin, famiglia di ristoratori (la storica Locanda Wildner a Riva degli Schiavoni) che hanno aperto questo locale con chiare ambizioni: interno curato e pulito senza concessioni al vernacolo locale, un servizio curato e attento seguito da loro con Davide Albertini e Jacopo Rosa ai vini, una carta di vini già importante. E in cucina è arrivato Matteo Tagliapietra, di Burano ma poi in giro fino ad arrivare da Nobu e al Noma. E’ aiutato da Marco Vallaro e cucina proprio di fronte ai vostri occhi essendo la cucina completamente a vista (e un pò piccola). Piatti tendenzialmente moderni e innovativi, piatti che ci sono piaciuti molto, soprattutto i due secondi: un delicato rombo con le radici amare e una potente anguilla affumicata. Ma anche gli antipasti si sono fatti valere con un’elegante seppia alle verdure primaverili e un articolato sgombro ben contrastato tra amaro e dolce e anche ben presentato. Forse meno ci sono piaciuti i due primi: gli spaghetti un pò carichi di intensità e quindi stancanti, e i tortelli anche questi un pò coperti dalla crema di stracciatella e dai capperi. Ma il bilancio è largamente positivo, sia della cucina che della sala. Un Local dove torneremo volentieri.
L’abbiamo provato a cena e a pranzo, dal menù completo a quello leggero dedicato all’orto. Ed in effetti l’orto è da vedere ma anche da assaggiare ed il modo migliore è proprio questo menù, dove i piatti scorrono belli, leggeri, innovaivi senza scossoni e con piacevoli ricordi (come ad esempio il finto risotto). Molto più impegnativo è il menù degustazione, una vera sfida per il palato. Richiede al cliente attenzione e concentrazione, figuriamoci lo sforzo che ricade sulla brigata! Una serie di stuzzichini, antipastini, assaggi vari dove ogni piatto si articola su almeno una decina di ingredienti, ognuno dei quali spesso lavorato in modo anche non banale. E’ indubbio che lo chef, Fedrico Belluco nonostante sia molto giovane (è passato anche al nostro Premio Emergente un anno fa), sia anche molto preparato, ma gli consigliamo caldamente di far riposare di tanto in tanto la brigata (ed il cliente) con qualche passaggio meno impegnativo. Detto questo ci godiamo comunque questa cucina di tecnica evoluta, di materia prima notevole (tra l’altro con l’orto di casa sempre largamente presente), che offre un’ampia serie di sfumature golose. Tante sono quelle positive, dai finti ravioli di alghe al risotto con sedano ed acciughe, dagli asparagi con uovo e mandorle alle linguine all’astice. Meno ci hanno convinto l’impepata di cozze e la sogliola con spugnole e midollo. Intorno un bel servizio di sala si avvale dell’accoglienza di una persona esperta come Simone Celeghin, assistito da un’equipe giovane e sorridente. E complimenti a Giancarlo Perbellini, supervisore del tutto, di aver messo su un altro ristorante di grande attrazione.
