Ripartiamo dopo il lungo blocco, dopo mesi di rispetto e silenzio per i tanti lutti che hanno colpito l’Italia e non solo. Ma la vita giustamente continua e anche la ristorazione e l’ospitalità cercano di riprendere il loro ritmo. Non sarà di certo facile. Con il virus dobbiamo convivere e un esempio riuscito ci arriva proprio dal centro di Roma grazie ai ragazzi di Retrobottega che non hanno mai effettivamente chiuso. Hanno affiancato Retrovino e Retropasta diventando anche bottega di asporto e delivery. Retrobottega vero e proprio riprenderà a settembre, ma già ora la bella sala (minimalista, raffinata ed elegante) è a disposizione per un menù più semplice imperniato sulla pasta e sulla pizza, buonissima, come quella che assaggiamo dalle mani di Giuseppe Lo Iudice che con Alessandro Miocchi guida con intelligenza questo locale.
Ristorazione&Ospitalità
Questo articolo è stato redatto antecedentemente al blocco delle attività ristorative dovute al Covid-19.
La posizione è defilata ma comodissima per chi viene in auto: vicino al casello della tangenziale, con comodo parcheggio. Ed è forse anche per questo che esiste da anni e si è sempre mangiato bene. L’ambiente è tranquillo, quasi vintage, vecchi cimeli alle pareti, tutti segnali che richiamano la tradizione, un po’ come la lista delle vivande che ripercorre fedelmente i grandi classici della cucina bolognese. Però poi, anche per chi è non del settore, ti accorgi che c’è qualcosa che fa la differenza: il ritmo della sala, l’attenzione al dettaglio, la stupenda mortadella che subito arriva al tavolo quando ti siedi, la bottiglia giusta alla giusta temperatura, l’efficienza del contesto. In parte i meriti sono della cucina, Armando Martini sotto la guida dell’ottimo Massimiliano Poggi, con piatti più che corretti (e tortellini da portarseli a casa!), e soprattutto vanno a Piero Pompili, grande personaggio di sala. La ristorazione ce l’ha nel sangue, e la pratica da tanti anni, ma indubbiamente è cresciuto grazie alla sua curiosità, al suo carattere determinato, al suo spirito innovativo. In una Bologna di grandissima tradizione ma un po’ addormentata, è uno dei pochi a porsi dei traguardi, a cercare alternative, a mettersi in gioco, non scordando che comunque alla fine il ristorante bisogna riempirlo, e qui al Cambio se non prenotate sarà difficile trovare un posto.
L’articolo è stato scritto prima dello stop delle attività ristorative dovuto al Covid-19.
A mamma Vittoria è dedicata la Cascina ed è Lei, donna del sapiente sud, a tener unita la squadra familiare, tutta al maschile, da papà Giuseppe che segue la corte e che ha avviato l’azienda, all’instancabile Marco che dirige e coordina la ristorazione oltre ad essere il maitre di sala, al fratello Alessandro che aiuta e tiene i conti, e segue anche la griglia, ed infine al più giovane, non ancora trentenne, Alessandro, che ha preferito girare per cucine famose (Cannavacciuolo, Oldani ecc..) più che andare per discoteche; e se proprio si vuole divertire eccolo là a rinvigorire il lievito madre e a pensare a nuove tipologie di pane e dolci lievitati. Sono attivissimi ed il riscontro quindi non manca, merito degli ottimi ingredienti adoperati e di Giovanni che ce la mette tutta per fare bella figura e dare una marcia in più alla cucina che ci si aspetterebbe in un locale fuori porta in ambiente rurale. Sensazionali ci sono parsi gli spaghettoni burro ed alici, ed interessante anche il piccione (abusatissimo in tutta la nostra ristorazione) ma qui presentato in versione decisamente originale. Poi qua e là le sbavature non mancano (troppo parmigiano nella parmigiana, troppo mantecati il plin, troppa liquirizia nel risotto, il dessert un po’ banale, la pasticceria un po’ rozza). Ma nel complesso si avverte come in pochi altri posti la voglia di mettercela tutta e di emergere, la passione di tentare e ritentare, il desiderio di migliorare. Sono anche tanti e coesi, Giovanni è poi veramente ancora giovane, ed è facile prevederne una importante crescita.
Questo articolo è stato redatto prima dello stop delle attività ristorative dovute al Covid-19.
Non andavamo da anni, e poi capita che ci si ritorni due volte in breve tempo! Ma è un piacere quando trattasi di locali come l’Asinello dove l’accoglienza ti fa sentire un po’ come a casa. L’invito è di Tolaini e il bravo Alberto Fusi, direttore dell’azienda, ci tiene compagnia e con lui assaggiamo alcuni vini, i due chianti e Al Passo, una serie gradevole con il Gran Selezione che spicca per complessità e persistenza. E Senio ci manda alcuni assaggi, al top le ruvide ma buone pappardelle al ragù di lepre e i due secondi, meno convincenti l’animella e i pici un po’ troppo conditi. Però anche Lui si conferma chef di rango e forse con maggiore intraprendenza e sicurezza dei propri mezzi potrebbe ancora migliorare.
Ecco un altro articolo scritto precedentemente al blocco delle attività ristorative dovuto al Covid-19.
E’ un pò, ce ne scusiamo con il Pontefice per il paragone, come l’udienza papale. Ci si va con susseguo, vestiti a festa, preparati per l’emozione, rispettando la sacralità del luogo. Heinz Beck in effetti è un po’ il Pontefice della ristorazione romana e si permette pure di guardare dall’alto della sua Pergola il Pontefice, quello vero. Diciamo questo con assoluto rispetto alla sua persona e professionalità. Roma, e non solo, gli deve molto, la ristorazione d’albergo ancora di più in quanto lui è stato il primo tanti anni fa a rompere il tabù che negli alberghi si mangiava male. Ovviamente i meriti non sono tutti suoi. Pensiamo al geniale Hans Friz che volle creare questo gioiello, a Umberto Giraudo che ha creato la formidabile squadra di sala con Simone Pinoli e Marco Reitano (questi ultimi due ancora presenti). Ma indubbiamente non è facile gestire per tanti anni ad altissimi livelli una brigata così numerosa come quella che si muove dietro le quinte della bella sala (per la precisione sono tre salette e in estate la terrazza panoramica). Heinz ha portato, in una città spesso approssimativa, professionalità e rigore. In compenso ha scoperto tantissimi ingredienti e tradizioni che poi ha saputo gestire al meglio. Dopo tanti anni ci si mangia sempre bene, con un valore aggiunto: quello della leggerezza che è il pallino maniacale dello chef. Qui non ci sono fondi, fumetti, riduzioni. Se ci sono ci pensa la centrifuga ad eliminare i residui pesanti e sul piatto arrivano brodi e succhi profumati e digeribili. Sorprende, conoscendolo, che i due primi (tortelli e maccheroncini al pettine) siano risultati piuttosto sapidi. Ma per il resto lodi alla bellezza e leggerezza degli stuzzichini e del benvenuto dello chef, ottimi gli antipasti vari e tecnici. Leggermente coperti i due secondi pesce dal forse eccessivo contesto, ma di gran sapore i due classici secondi di carne per finire con una notevolissima pasticceria. Della sala si è detto sempre tanto e bene, Lorenza ha provato a cogliere in fallo il più giovane sul carrello dei formaggi: invano, ne ha ricevuto indietro un’attenta descrizione. Simone e Marco non solo sono bravissimi, ma sanno allevare i loro collaboratori.
Ecco un altro articolo che è stato scritto prima dello stop dell’attività ristorativa dovuto al Covid-19.
Piccolissimo locale che tiene alta la bandiera del crudo e del vegano, come dire una specializzazione estrema che però viene qui portata senza furia talebana e con grande garbo. Un locale pensato e voluto da Katia Montoneri e il tocco femminile si estende al personale, all’attenzione per la leggerezza delle ricette, al pubblico quasi tutto in rosa. Ricette preparate al momento con ingredienti freschi, e con molti ingredienti (anche il tofu, che è buonissimo) di origine laziale, il che aggiunge una nota di autenticità e freschezza che non ci aspettavamo. Tra le cose assaggiate in alto il Qui Fu con quinoa e tofu e la delicata crepes a freddo, buoni ma meno convincenti un tortino di hummus (poco contrastato nelle consistenze) e un’insalata con foglie di spinaci troppo grandi.
Questo articolo è stato scritto prima dello stop delle attività ristorative dovuto al Covid-19.
Domenico Giugliano (Mimì) aprì il locale nel 1941. Non erano tempi felici e ci voleva di sicuro un po’ di ottimismo. Ma di fronte c’era la Stazione a pochi passi (poi negli anni cinquanta è stata spostata molto più indietro creando l’attuale grande piazza Garibaldi) che assicurava un buon viavai di gente. C’era anche l’Odeon, il teatro di avanspettacolo, dove Totò provava le sue farse teatrali e dove Mimì gli mandava un piatto di pasta a mezzogiorno. Ed è proprio con Totò che è decollata la fama di Mimì alla Ferrovia, cresciuta poi con una serie infinita di noti personaggi che con le loro foto e ricordi riempiono le pareti del locale. Michele, figlio di Mimì, ne ha proseguito l’opera e oggi la terza generazione (soprattutto Ida, figlia di Michele, e Salvatore, suo cugino) porta avanti con straordinaria continuità la fama di Mimì. Ci veniamo dai primi anni ottanta, e quasi non sembra passato il tempo. Michele ci apre la porta, sempre uguale, sempre gentile e sorridente, e anche il resto scorre tra ricordi e tradizioni che qui ovviamente devono essere mantenute e celebrate. Qualche spunto nuovo c’è, anche perché in cucina è il giovane Salvatore che con passione è andato in giro in qualche famosa cucina. E i sapori ci sono tutti, a volte fin troppo, ma c’è anche da dire che la fidelizzata clientela questo vuole.
Ecco uno tra gli articoli scritti prima della sospensione dell’attività ristorativa dovuta al Covid-19.
Il locale da poco è stato rinnovato ed ora consente un affaccio fenomenale sulle pendici di Montalcino sia dalla sala a livello, sia dalla sottostante cantina che in fondo ospita un altro bel tavolo. Si respira aria professionale grazie all’accoglienza di Alberto Ponziani, giovane ma esperto professionista già incontrato all’Atman, e alla cucina di Ronald Bukri, anche lui incontrato giovanissimo nella bella brigata di Lopriore al Canto di Siena. Nonostante l’appartenenza ad una Cantina (Rinaldi) la selezione è ampia e soddisfa gli esigenti palati in visita nella famosa città del vino e la cucina mostra pure lei indubbie ambizioni con qualche lentezza nel ritmo (lunga l’attesa per il secondo giro), alternando cose ottime a qualche incertezza. Ma nel bilancio le prime prevalgono: ottimo l’innovativo cibreo come in genere i piatti di carne (il capriolo e il topinambur). Gli spaghetti burro e parmigiano e il calamaro sono belli e attraenti, ma la paprika non bilancia l’acidità necessaria nel primo e anche nel secondo manca un po’ d’equilibrio. E’ un locale molto gradevole, allegro, ben frequentato, che invita al ritorno e fa presagire una buona evoluzione.

Concluso il viaggio nel Nord Italia, arriviamo nelle zone di Arezzo, dove sorge l’artistico borgo di Sansepolcro. In un edificio tardorinascimentale, la famiglia Uccellini gestisce da oltre dieci lustri il Ristorante Fiorentino e la Locanda del Giglio, ricavati al piano nobiliare ed al piano superiore del palazzo. Alessia Uccellini, abile ristoratrice ed anima del Fiorentino ci racconta come sta affrontando questo periodo.
“Sono sempre stata abituata a vivere a un ritmo assurdo per far conciliare tutto; oltre alla gestione del Ristorante, sono architetto, esperta di tradizioni popolari, organizzatrice e promotrice del Convivio Rinascimentale, personaggio televisivo (collaboro con Geo per un documentario su Sansepolcro e sugli altri borghi della Valtiberina) e prima di tutto mamma di quattro bambine. Nel momento in cui mi sono dovuta fermare, ho riscoperto il valore degli attimi insieme alla mia famiglia. Ho tempo per seguire le mie figlie, per lavorare da casa e per fare piccole consegne a domicilio di piatti che preparo quotidianamente al ristorante. Vivo la mia vita, per la prima volta, a un ritmo più naturale“.

“Ritengo che nel primo periodo di riapertura dovremo ripensare più ad un idea di gastronomia per la vendita di prodotti e pietanze pronte. Oltre al fattore economico è importante impegnarsi a promuovere la storia, la tradizione, il sentimento che c’è dietro la propria attività“.
LATTAIOLOIngredienti
1 l di latte
100 g di zucchero semolato
5 uova
3 tuorli d’uovo
1 scorza di limone
3 stecche di cannella
1 bacca di vaniglia
1 bicchierino di rum
1 caffè espresso
chicchi di caffè
Procedimento
– Intanto, in una ciotola capiente, sbattere leggermente, fino a ottenere un composto omogeneo, 5 uova insieme ai 3 tuorli e ai 100 g di zucchero semolato e alla scorza grattugiata di 1 limone.
– In un pentolino a parte bollire il restante latte insieme alle 3 stecche di cannella, alla bacca di vaniglia ed ai chicchi di caffè. Mischiare i tre composti aggiungendo una tazzina di caffè espresso ed un bicchierino di rum.
– Versate il composto ottenuto, che risulterà molto liquido, in una teglia rettangolare e cuocere a bagnomaria nel forno alla temperatura di 180° per 40 minuti.
– Quando la superficie del dolce appare dorata, sfornare il lattaiolo e lasciarlo raffreddare nella teglia. Servire il dolce tagliato a quadretti.

L’articolo è parte della collaborazione tra Porzionicremona e Passione Italia, la campagna Touring per promuovere il territorio italiano e le sue bellezze. Un invito a tutti a “viaggiare da casa”, per scoprire e riscoprire ciò che ha da offrire il nostro Paese, semplicemente dal computer o smartphone. Scoprite tutti i contenuti sulla sezione Passione Italia del sito Touring Club Italiano. Contribuite anche voi alla mappa della bellezza con #passioneitalia #mappadellabellezza.

Il nostro viaggio gastronomico prosegue fino all’Ostreria Fratelli Pavesi a Podenzano, in Emilia Romagna, poco fuori Piacenza. Giuseppe, Camillo e Giacomo Pavesi sono discendenti di una storica famiglia di osti e ristoratori e si dividono tra sala e cucina, gestendo il ristorante con passione e grande entusiasmo. Annessi al locale sono presenti una bottega dove acquistare molti dei prodotti utilizzati in cucina da Camillo e Giuseppe, un’enoteca ed una sala polifunzionale ideale per gli eventi.
Ci siamo confrontati su ciò sta accadendo nel mondo del food con lo chef Giuseppe Pavesi e con la sua compagna Laura, addetta alla pasticceria. Ecco che cosa ci hanno detto.

AGNELLO CON I CARCIOFIIngredienti (per 8 persone)
1 cosciotto intero di agnello da 2 kg circa
8 carciofi
2 spicchi di aglio
Erbe aromatiche
500 ml di vino bianco
Olio evo q.b.
Sale e Pepe q.b.
Mentuccia fresca
Per un vasetto di confettura di prugne secche:
250 g di prugne secche denocciolate
1 bicchiere di acqua
75 g di zucchero semolato
½ mela
Succo di ½ limone
Procedimento
– Una volta preparato il fondo bruno, dedicarsi alla cottura dell’agnello con i carciofi. Prendere una ciotola capiente ed aggiungere: l’aglio sbucciato e tritato, le erbe aromatiche, il vino bianco e unire il cosciotto di agnello (fare dei tagli sulla superficie della carne). Coprire con pellicola e far marinare in frigo per più di 2 ore, girandolo di tanto in tanto.
– In una casseruola capiente far scaldare un filo di olio evo, scolare il cosciotto e farlo rosolare uniformemente per 10 minuti circa. Regolare di sale e pepe.
– Trasferire il cosciotto in una teglia da forno, unire l’olio della rosolatura e la marinata utilizzata.
– In forno preriscaldato a 200 °C per circa 1 ora e 30 minuti. Durante la cottura girare spesso la carne e bagnarla di tanto in tanto con il fondo. Se si nota che il fondo di cottura si assorbe velocemente, oppure se la carne diventa troppo scura in superficie continuare la cottura con coperchio.
– Pulire i carciofi, eliminando il gambo, le foglie esterne più dure e tagliarli a metà o a fette non troppo sottili.
– Abbassare la temperatura del forno a 180°C , i carciofi al cosciotto (dopo quasi 2 ore di cottura), regolare di sale e pepe. Far cuocere fino a quando anche i carciofi saranno ben cotti.
– Spegnere il forno e far riposare un po’. Servire l’agnello tagliandolo a fette con carciofi.
– Tagliare a piccoli pezzi le prugne secche denocciolate e grattugiare mezza mela, mettere il tutto in una pentola antiaderente dai bordi alti, insieme allo zucchero e al succo di mezzo limone e unire anche l’acqua. Cuocere a fuoco lento per 45/60 minuti, finché la frutta sarà tenera e sfaldata. Con un minipimer, frullare la confettura fino a raggiungere la consistenza desiderata.
Per un risultato finale delizioso accompagnare l’agnello e i carciofi con della marmellata di prugne secche e della mentuccia fresca.































































































































































































