Capo La Gala, è come entrare in un sogno. Peccato che siamo riusciti quasi subito senza nemmeno provare il ristorante dove opera un allievo di Oliver Glowig (consulente della struttura): Domenico Iavarone. Speriamo solo di tornare presto in questo paradiso.
Porzioni Cremona
Oltre un secolo di pizza e tante generazioni: Enrico è l’ultima (con un figlio in arrivo) a testimoniare che la passione ce l’hanno nel DNA. L’arredo conserva tracce del passato, la cucina offre alternative tradizionali, la pizza è da provare con la buona sopresa di un abbinamento insolito con una crema di pistacchio e olio di buon sapore.
Sia l’albergo che il ristorante hanno rappresentato (con Palazzo Petrucci), l’unico vero tentativo di far qualcosa di diverso nel settore qui a Napoli. Mentre la regione gode di grandissimo entusiasmo e sviluppo nella ristorazione di qualità, la città langue e sonnecchia con l’unica importante eccezione delle pizzerie che stanno vivendo una stagione gloriosa. Ma torniamo a quest’albergo (bellissimo) e al suo ristorante altrettanto bello. Si gode la vista del golfo, cullati da un servizio premuroso e attento, immersi in un ambiente volutamente oscurato per far meglio risaltare il panorama e i bellissimi piatti che arrivano dalla cucina. Lo stile è quello originario di Aprea, mutuato da Salvatore Bianco, altrettanto giovane e preparato, e soprattutto gran lavoratore, perchè menù come questi (a 85 e 110 euro, secondo la lunghezza) sono di quelli che impegnano a fondo una brigata. Gli ingredienti si affollano con garbo e buon senso a testimoniare la maturità raggiunta dalla squadra, maturità che ci convince maggiormente in apertura e chiusura, con l’uovo e la seppia in primo piano, e i due spettacolosi e buonissimi dessert nel finale, tutti piatti che si contendono la palma del migliore, mentre quella del peggiore la diamo a dei tortelli confusi e sommersi (è il caso di dirlo) dai troppi ingredienti.
Edoardo Trotta ha provato a circordare la bellissima piazza con i suoi locali. Su Scaturchio ha dovuto fare marcia indietro, ma è andato avanti con questa pizzeria che affianca e completa l’offerta gastronomica di Palazzo Petrucci. Qui l’alternativa è più semplice e tradizionale e inoltre si propone una buona pizza napoletana secondo tutte le migliori regole che ormai hanno cambiato (in meglio) il settore. Molto gradevole è l’ambiente con il plus unico della spettacolare terrazza che domina la piazza.
Novità ad Anzio con questa fresca trattoria a 50 metri dal lungomare di ponente. La seconda generazione dei Lunghi dirige in sala (la prima è al Focarile di Aprilia, storica insegna): i fratelli Gian Paolo e Chiara, con la fidanzata di lui, Principessa Montecchi. In cucina è Marco Davi, del Perbacco di Aprila, altro locale noto e collaudato, che ora è chiuso, ma dovrebbe riaprire in autunno. Non sappiamo come Marco si dividerà tra le due cucine, qui comunque c’è anche il giovane Alessandro Balossini di 27 anni. Insomma il locale è nuovo, ma la squadra è collaudata e in effetti ci siamo divertiti: Gian Paolo ci ha fatto assaggiare una serie di vini un pò da tutto il mondo per spezzare l’abituale legame con il territorio che comunque alla fine è tornato con due vini interessanti, Marco si è esibito con una serie di antipastini intriganti (grande l’inizio con il fegato di triglia e le fragoline di bosco, come pure la caprese di tonno), poi il livello è un pò calato (primi e dessert), ma la media è soddisfacente.
Vitigni autoctoni dai nomi strani, ma (quello che conta) interessanti nel bicchiere dimostrano le antiche radici della cultura enologica in Romania. Oggi cominciano ad affacciarsi fuori e a cercare quel confronto che è indispensabile per crescere ulteriormente. Dobbiamo a Marinela Vasilica Ardelean (rumena di nascita residente in Italia) aver organizzato questa presentazione così completa, con un’introduzione sul territorio, la presenza delle istituzioni e dei produttori, la degustazione di tutte le etichette e l’approfondimento verticale di alcune. Seguirà anche un libro e speriamo altre iniziative che ci faranno conoscere meglio questa nazione di antica storia che è sempre stata vicina alla nostra cultura come testimonia il nome, la lingua e l’immediata intesa che si crea tra noi e loro quando si parla di vino e di cibo.
Accanto ad un supermercato (pure modesto), una struttura che pensi sia una normale pizzeria, e scopri invece che è un ristorante di rispetto. Merito del titolare che ha dato fiducia a questi due ragazzi di Vico (capitale mondiale dei cuochi), uno in sala e l’altro in cucina, e la coppia fa meraviglie. Indaghiamo e scopriamo che Massimiliano è stato per anni accanto a Pino Lavarra a Ravello e ultimamente con De Leo, ed infatti la cucina ne riflette lo stile: esuberante, immaginifica, sesquipedale. Ogni ricetta prevede dai 10 ingredienti in su, che percorrono i 5 sensi fondamentali del gusto, la tavolozza dei colori e quella delle consistenze, senza praticamente tralasciare nulla. Il tutto richiede un enorme lavoro a monte e brigate pazzesche che ovviamente a Sezze non ci sono. Però, anche se qua e là le imperfezioni ci sono (e vorrei vedere visto che in cucina sono in due o tre), il livello che Massimiliano riesce a proporre è più buono. Francesco assicura un servizio a puntino, mentre l’ambiente non aiuta ed è rimasto, con qualche sforzo di miglioramento, quello un pò povero della trattoria preesistente. Sarà interessante vedere se l’esperimento si evolve come speriamo con un successo anche di clientela e per ora ne consigliamo fortemente la visita.
Andiamo a trovare Fausto Del Gatto, titolare di un’enoteca tra le migliori d’Italia, piene di prelibatezze, per una chicca: le alici sottolio di Manaide, pescate al largo di Ponza, etichettate a secondo del peschereccio che le ha pescate. Sono purtroppo finite, la prossima produzione sarà disponibile tra due mesi e dobbiamo ripiegare sul palamita. E’ un ripiego che ci fa scoprire un altro gran prodotto e segnaliamo con piacere questa piccola produzione artigianale di Anzio.
Un pò nascosto in un borgo della piana tra Terracina e Latina, Essenza è giusto all’angolo di una palazzina. Una veranda offre il fresco in estate del pontentino che arriva dal mare, dentro una saletta semplice e linda anticipa le scelte abbastanza minimaliste dello chef. Chef che è giovane, solo 26 anni, con belle esperienze da Alla (che fine ha fatto il talentuoso Gianluigi?) e Andoni (purtroppo solo un mese). Un pò presto forse ha aperto questo suo locale, prima cioè di avere raggiunto una maturità più evoluta, ma certo è che il potenziale non gli manca e concordiamo con i colleghi Massimo Menta e Antonio Scuteri che ce l’avevano segnalato. E’ già in gamba, le ricette sono di fondo sensate e cercano di svolgere con misura un’idea originale senza complicarsi troppo la vita, il che denota buon senso di fondo. Il prezzo è iperconveniente (35 euro 5 portate!!!), una ragione in più per venire da queste parti. Il piatto migliore? il Kebab di tonno (che non è un kebab, piuttosto un “tikka” indiano), un pò banale invece la chiusura dolce del menù.
L’azienda è familiare e storica e siamo alla terza generazione. Altri rami lavorano a Capua e l’azienda opera su grossi volumi ed esporta in tutto il mondo. Questa è la parte forse più artigianale e il caseificio è assai piacevole da visitare, inserito in un contesto naturale ampio e nel verde, con una grande attenzione alla pulizia e ai dettagli. La simpatica Carmen Jemma ci accompagna e poi ci fa assaggiare le tante buone cose che qui si producono, e non è solo mozzarella. Insomma merita la visita e loro sono ben lieti di riceverVi.
