Seby Sorbello è un personaggio a tutto tondo, secondo crediamo, solo alla madre che ancora attiva e pimpante non perde un colpo e da mattina a sera controlla tutta la struttura. Struttura che non è nè piccola, nè banale: un albergo, due sale per eventi, un ristorante distaccato che si divide equamente tra trattoria più convenzionale e sala gourmet. Il Sabir è il nome di quest’ultima: due spazi eleganti, minimalisti, dove il bianco regna e dove Seby cerca di proporre una cucina più personale e ricercata, trovando miracolosamente tempo e voglia tra i tanti impegni che quotidianamente affronta (oltre alla struttura è nella direzione della FIC e realizza eventi). E il risultato è più che soddisfacente: una serie di assaggi ben costruitiche ne dimostrano la professionalità ormai acquisita, nulla di stratosferico ma neppure nessuna caduta di stile.
Ristorazione&Ospitalità
Zash è tra i migliori boutique hotel mai incontrati e non solo in Sicilia. Un restauro accurato e intelligente ha saputo coniugare la suggestione del vecchio palmento con la bellezza e funzionalità degli stili moderni. Anche la cucina non è banale. Giuseppe Raciti è forse il più dotato della nouvelle vague della ristorazione siciliana. Ha talento, ha conservato lo spirito un pò barocco del gusto siciliano, e lo sa anche presentare in forma moderna senza svilirne il senso. Però è ancora molto giovane e deve crescere per migliorare la tecnica di base e la finezza finale delle preparazioni. Ha l’occhio della critica accanto, ha la spinta del bellissimo ambiente dove lavora, speriamo riesca a procedere ad evolversi con giusta determinazione e senza fretta eccessiva. L’arancino è un suo cavallo di battaglia, fin troppo visto, come la trasparenza di gamberi rossi che in molti fanno, ma che qui trova una sontuosa realizzazione. Ci deludono un pò il tonno troppo coperto dal contesto e il risotto overcalorico, mentre piacevole ed elegante è il dessert finale.
Le Dodici Fontane di Villa Neri
Non mancano le ambizioni in questa struttura, che per la verità trovano ampie motivazioni nella qualtà dell’investimento: non si è risparmiato sul nulla pur di garantire solidità e confort specie nelle suites. Anche al ristorante la voglia di strafare è in ogni dettaglio, ma come spesso accade le aspettative che si innescano vengono poi in parte disattese. Il giovane personale ce la mette tutta, ma è evidentemente non all’altezza della prestazione richiesta dall’ambiziosa cornice. Anche la cucina è un pò come la sala, il giovane chef è sicuramente preparato, ma insegue un modello di difficile complicazione dove è facile perdere l’equilibrio e la misura. Nel pretenzioso menù una citazione la meritano i buoni e decisi tortelli di faraona e il piacevole uovo in terra di topinambur. In cucina Elia Russo con Crescenzio Galatola e Salvatore Schillaci; in sala Mario Santitto con Stefano Lo Giudice.
Nel centro storico del piccolo paese un ambiente elegante ed accogliente. Un piccolo boutique hotel di poche camere e due salette di pochi tavoli, che trasmette subito cultura e giusta misura. Al tavolo accanto due signori del vino, vino che sta facendo fare un salto di qualità a tutto il territorio. In cucina è Giovanni Santoro con Marco D’Agati, e Giovanni ci conferma le sue qualità: piatti equilibrati, poco rischiosi, ma piacevoli e rispondenti al territorio. Un pò leziosa la tartare di carne, un pò piacione il crudo di gamberi rossi, ma il menù scorre veloce e corretto con un’ottima lumaca di vigna iniziale e una vivace zuppetta di pasta spezzata in chiusura.
La Capinera di Pietro D’Agostino
Appena all’uscita del casello è questa Capinera che da anni rappresenta l’approdo sicuro prima di salire al centro storico. Pietro D’Agostino sembra ancora un ragazzo, ma è chef di lunga esperienza, rientrato nella sua terra dopo anni al nord per proporre una cucina di chiara rispondenza territoriale, semplice lettura, misurata nell’innovazione, centrata nei sapori siciliani. In cucina con lui Concetto Rubera da molti anni, e i giovani Cornel Muscalu, Giulia Muzzoni, Emanuele Garosi. Il piatto bandiera è l’ottima passeggiata siciliana che apre il nostro menù e che vede il polpo accompagnarsi con garbo ai classici ingredienti isolani. Ingredienti come la cipolla di Giarratana, il finocchietto selvatico, il cappero, la mandorla e così via che si ritrovano puntualmente lungo il percorso coniugati in note dolci, evitando asperità e contrasti che non sembrano nelle corde dello chef. Anche le note acide, che spesso introduce nella ricetta come appunto il cappero, l’acciuga, gli agrumi, alla fine rimangono in secondo piano per lasciare spazio all’agrodolce più dominante. Tutto è piacevole e buono, ma certo con qualche contrasto in più riteniamo che il menù sarebbe anche più interessante. I piatti migliori? Oltre al citato polpo, ci sono sembrati ben centrati la ricciola e a seguire il dentice.
L’albergo è tra i nostri preferiti per l’accueil, la bontà di un servizio cortese e non imbalsamato (guidato da Carlo Bevilacqua e Maurizio Rossetti), l’originalità di una sala ad anfiteatro con lo sfondo della vetrata che si apre sul verde. Il ristorante vede abitualmente passare chef di grande fama per l’evento Epicurea, e uno di questi, Matt Orlando, lo incontriamo nel giorno prima della sua esibizione. Tra uno chef e l’altro quotidianamente è questo il regno di Roberto Di Pinto, ennesimo chef napoletano trapiantato al nord, che porta qui i sapori e i colori della sua terra, aiutato da Aldo Ritrovato e Antonio Restucci. L’obiettivo dichiarato è quello di “Trattoria di lusso” ed in effetti ci pare un messaggio rispondente. Non c’è la ricerca dell’effetto speciale, non c’è l’assemblaggio ad arte di tanti ingredienti, non c’è la corsa all’abbinamento esclusivo e sensazionale. Si viaggia sui sapori sicuri e piacioni delle tartare (ben 5 in apertura: salmone, scampi, mozzarella, ricciola, vitello), sulle porzioni generose, su un ricettario di collaudato riferimento (aglio olio peperoncino, acqua pazza, pomodoro e basilico). E forse hanno ragione loro.
l’ultimo tratto di costa italiana verso la Francia è particolarmente suggestivo ed ha sempre avuto anche ottimi ristoranti che hanno approfittato della bellezza della posizione e del passaggio di confine. Non conoscevamo questo Giunchetto e dobbiamo ringraziare l’amico e collega di lunga data Luigino Filippi. La discesa dall’Aurelia è fenomenale, l’arrivo su questa spiaggetta sotto la ferrovia è sorprendente. A parte la vista e les pieds dans l’eau, il Giunchetto offre una bella e pulita sala e una cucina altrettanto piacevole opera di un valido ed esperto professionista dei fornelli, bergamasco, ma ormai ligure d’adozione. Una cucina ben fatta, di ottima materia prima, senza svolazzi, ma coniugata sui tradizionali canoni regionali interpretati con sostanza e misura.
Ha giuste ambizioni questo Giardino del Gusto nel cuore di Ventimiglia (vicino alla stazione). Una piccola saletta curata come i piatti che vengono presentati. Chef e patron Emanuele Donalisio, giovane trentenne con esperienze importanti dal Walter Eynard, Mauro Agù, Michel Roux. Il suo menù degustazione vola subito in alto con una serie di antipasti complicati, ma buoni e ben costruiti dove svettano le alici marinate. Poi la cucina abassa il tono e diventa leggermente più normale e anche un pò slegata, ma il livello medio alla fine rimane notevole e le premesse per un ulteriore crescita ci sono tutte. In sala la compagna Anna Burgio per una sosta che già vale.
Alle spalle di Vado e della purtroppo famosa centrale termica, si arriva a Quiliano ed è subito un’altra aria. Un borgo piccolo e povero, ma con qualche segno di distinzione, non ultimo questo locale un pò nascosto che accoglie con una bella sala di mattoni a volta. Qui troviamo Lorenzo Turco che fa innanzi tutto un ottimo vino, la Granaccia, ma che si destreggia anche in cucina. Ottima la focaccia al formaggio, che però purtroppo non fa tutti i giorni, per il resto cucina ligure tradizionale ben presentata, meglio il coniglio con le (ottime) patate arrosto della cima.
Un piccolo borgo in un ansa della vallata lì dove l’Oxentina confluisce nell’Argentina. Camere e spazi curati, ma sorprendente è la prima colazione. Un esempio di come valorizzare il territorio, un esempio da mostrare nelle scuole, un esempio che dovrebbero vedere le migliaia di alberghi che accolgono i loro ospiti al mattino con pane congelato e sottilette.
