Ci piace poco il nome, un pò banale, e la posizione, all’angolo di un palazzotto un pò anonimo di un quartiere residenziale. Poi di certo le cose che contano, sala e cucina, soprattutto quest’ultima, vanno decisamente meglio ed è quello che alla fine conta. Da Terrinoni a Narducci, il passaggio c’è, ma il livello rimane alto, merito indubbiamente anche del fatto che la titolarità del locale è della famiglia Troiani ed Angelo rimane uno dei migliori chef della città. Acquolina significa pesce da quando esiste il locale e si è sempre puntato molto sulla qualità della materia prima, sul suo utilizzo completo, sull’importanza del pesce azzurro senza dimenticare le frattaglie. Oggi tutto questo c’è sempre, ma indubbiamente larga presenzza viene data anche ai crostacei e ai pesci nobili, forse più che nel passato. Comunque nel menù proposto troverete tutto, a 360° in tantissime soluzioni ed idee, il che è davvero encomiabile e rende merito. Gli amanti del crudo si divertiranno moltissimo, ma noi, che meno siamo incantati da questa tipologia di offerta, abbiamo trovato ad esempio molto buoni i due primi proposti (anche se curiosamente arrivati appena tiepidi). Meno ci hanno convinto gli stuzzichini iniziali (già visti e dolciastri) e da lodare il finale dolce dove si vede l’impegno della pasticceria.
Redazione Witaly
E’ bello vedere tre Consorzi insieme fare squadra, anche perchè poi il territorio di riferimento è praticamente contiguo. Siamo in Maremma, è tempo di anteprime e qui siamo ad Alberese, una delle tenute più belle d’Italia nel parco naturale dell’Uccellina. La lunga sala degli antichi granai ora ospita eventi e questa degustazione organizzata per i buyers invitati ha tutte le caratteristiche per lasciare il segno: cornice invidiabile e vini meno blasonati forse di tanti altri toscani, ma che poi si rivelano più che interessanti.
Palazzo Petrucci a Posillipo
E’ stato bello anche in una piovosa giornata invernale, figuriamoci nella bella stagione. Palazzo Petrucci da qualche mese ha lasciato solo la pizzeria (e la cantina) a San Domenico, mentre il ristorante si è trasferito qui, a Posillipo, subito prima di Palazzo Donn’Anna, in una struttura moderna a più livelli che permette anche di fare qualche evento. Il ristorante vero e proprio è prospiciente la spiaggia, una sala moderna e curata senza troppi orpelli. In cucina è sempre Lino Scarallo, un bel talento, infaticabile (basti vedere la ricchezza e la varietà di quanto proposto). Il nostro giudizio è più che positivo, si mangia bene con una cucina moderna e intelligente di territorio che ricerca il senso del gusto, ha la soddisfazione del cliente come suo obbiettivo principale e non si lascia tentare da astruse complicazioni. Qualcosa in più però la vorremmo avere, magari sul lato degli stuzzichini iniziali (buoni, ma un pò banali), o nella parte finale (i dessert erano anche questi un pò debolini). Ma di certo tra stracotto di maiale, triglia e spaghettoni con i friarielli, cioè la parte centrale del pranzo, è difficile scegliere il piatto migliore.
Questione di stile, dal voiturier che ti prende e ti parcheggia la macchina, al perfetto accueil, già si capisce che sarà una serata speciale. Conosciamo i fratelli Trovato da oltre 30 anni, e confermiamo che la ricerca e la cura del dettaglio è sempre stata presente e non ha mai conosciuto pausa. La loro è una domanda continua che fanno a loro stessi, ma anche ai Clienti: dov’è che possiamo migliorare? Nel confort della camera, nella dotazione del frigobar, o nelle amenities della camera e del bagno e via dicendo. (Basta guardare la perfezione delle pralines o dei chicchi di uva (tutti uguali) messi a scacchiera sul tavolo). Ricerca che ovviamente arriva al tavolo del ristorante dove ogni oggetto è stato pensato studiato e inserito in modo non casuale sia nella bella sala invernale che nella splendida terrazza prospiciente la collina che è un vero incanto. La ricerca del particolare e dell’estetica ovviamente si riflette anche nella cena, dagli stuzzichini iniziali alla pasticceria finale è una sequenza di ingredienti squadrati con rigore, pennellate di salsa senza sbavature, colori in giusto contrasto. Delizie per gli occhi, ma anche per il palato: Gaetano Trovato è chef preparato di lungo corso ed esperienza ed è in grado di affrontare qualsiasi cosa, con risultati più che lusinghieri anche se non con la stessa perfezione stilistica. Nel lungo percorso tra gli antipasti meglio l’anatra della capesanta, meglio le mazzancolle dei troppo aciduli carciofi. Tra i primi svettano i tortelli di piccione, e tra i secondi un ottimo maialino. Ma quando Vi alzate per andar via sarà difficile dimenticare il senso di benessere complessivo. Nel’occasione poi al tavolo accanto il piacere di salutare due ristoratori del calibro di Natascia Sarandrea e Luca Caruso.
L’ultima pizza a pranzo mangiata al volo a Napoli, da Ciro Oliva, ma il discorso varrebbe per qualsiasi altra pizzeria di successo, e sono parecchie qui in città, ci induce a qualche riflessione. La fila fuori la porta vale già il viaggio. Non è unifilare, nè bifilare, si ingrossa e si assottiglia un pò casualmente secondo la gente che arriva, non segue un rigoroso ordine temporale, ma tutto scorre liscio, tra commenti e sollazzi, tra risate e spintoni. Metà delle battute sono incomprensibili per chi non è ben dentro al dialetto, ma quanto basta per rasserenarti l’anima. La pizza è democratica, ad un tavolo è il funzionario ben vestito, a quello dopo il manovale di passaggio. La pizza è antidemocratica, tutti i tavoli vengono chiaramente invitati a fare in fretta, ma a quello dei funzionari ben vestiti si concede qualche minuto in più. La pizza è cosa da giovani, non alludiamo alla clientela che può avere qualsiasi età (purchè sappia mangiare velocemente), quanto al servizio: il ritmo è frenetico, la fila fuori incalza, ogni secondo è prezioso per far ruotare il tavolo e fare altri coperti, ci vogliono occhi svelti per controllare ogni angolo di tavolo e riflessi preziosi per bruciare anche l’attimo. Tutti (i pizzaioli con i quali ogni tanto ci confrontiamo) hanno a cuore la digeribilità della pizza e sono passati a lievitazioni più lunghe, curiosamente nessuno si preoccupa dei tempi di deglutizione. Si esce comunque soddisfatti, tra fila, volteggio dei camerieri, giro di pizze e saluti, l’esperienza è stata intensa, economica, istruttiva. Però ci faremo una rilassante pausa prima di riaffrontare la prossima pizzeria.
Raffaele Chiumento ci ha lasciato, era uno dei titolari di Nonna Sceppa a Paestum. Raffaele mi riporta alla prima scoperta, negli anni 90, della Paestum gastronomica. Sembra un’altra epoca geologica, tanti anni fa. Nonna Sceppa, un locale extra large (definizione di Davide Paolini), a suo modo alternativo, curioso e differente: per la qualità offerta rispetto alla dimensione, per l’apertura (solo a pranzo e in genere nei fine settimana), per il correttissimo prezzo.
Due fratelli accoglievano, ma Luigi spariva accanto alla mole di Raffaele. Palato nobile, passione per l’eccellenza, competenza non piccola su ogni versante gastronomico (il formaggio particolare, i nascenti vini del Cilento, i distillati più preziosi, i sauternes introvabili, i sigari cubani e potremmo continuare). Il carattere non era semplice, ma in fin dei conti un burbero che poi ti ricambiava stima e amicizia. L’aiutai nel 2001 a impostare la prima edizione di Divinare, un grande successo, come anche il secondo anno, poi successe qualcosa e non volle più ripeterla nonostante le preghiere di tutti.
Il locale era rigidamente diviso per generi. Gli uomini in sala, le donne in cucina. E l’altra metà di Nonna Sceppa magari era meno appariscente, ma non per questo era meno valida. Si faceva tutto in casa, dalla pasta alla squisita pastiera con una pulizia esemplare, una dedizione particolare, un’attenzione estrema. Tanti bei ricordi, ne cito uno: i carciofi rosa di Paestum alla carbonella in bella vista all’angolo esterno della sala.
(non abbiamo foto di Raffaele, le abbiamo prese dal web, archvio costozero)
E adesso apprendiamo che è morto anche Nerio Raccagni. Anche qui due fratelli, lui e Tarcisio, ma due ristoranti, La Grotta e Gigiolè, ambedue a Brisighella. Tarcisio più egato alla tradizione, Nerio più proiettato versoil futuro. Lui non stava in cucina, ma sapeva scegliere i cuochi, giovani e appassionati, e da lui sono passati in tanti che poi sono divenuti famosi. La Grotta era un ristorante “perfetto”, per stile ambiente frequentazione prezzo quasi popolare menù attraente e non banale, anticipatore di tante tendenze. Nerio si era da tempo ritirato in campagna, anni fa eravamo andati a trovarlo, poi la lunga malattia. Condoglianze alla famiglia, un’altro pezzo di storia della ristorazione italiana che va via.
Solo alla seconda edizione ed è già un classico: il convegno sulla pizza di Formamentis che vuole fare un pò il punto sullo stato del “mondopizza” oggi. Salvo la pizza (nel senso di quella vera da mangiare) il resto c’è tutto. Si parla di Associazionismo (perchè tante sigle?), si parla di farine (perchè questa lotta all’ultimo seme di grano?) si parla di giovani (perchè quest’ansia di successo, tutto e subito?) si parla di web (a chi clicca di più) si parla infine di pizza nel mondo (e ci sembrano poi le considerazioni più concrete). Qua e là. Giorgio Agugiaro ci ricorda che con tutto il grano italiano arriveremmo solo a metà giugno, quindi importare è una necessità. Luciano Pignataro legge il comunicato dell’Associazione Mani d’Oro (pizzaioli che si sentono trascurati). Barbara Guerra sfama gli affamati con la pizza fritta della Masardona (qui nel chiostro non si vede nemmeno un’ombra di pizza, nemmeno a “libretto”). Un convegno comunque importante e trasversale, che speriamo serve a consolidare e temperare il vivace mondo della pizza, vivace soprattutto qui a Napoli, come forse è giusto sia.
Oggi viene conferita la Laurea ad honorem (in Direzione Aziendale) a Massimo Bottura nell’Aula Magna dell’Università di Bologna. Crediamo sia un riconoscimento importante, non solo e non tanto per Massimo Bottura, quanto per tutta la ristorazione italiana. Come lui ha giustamente ricordato: “oggi la somma dei cuochi italiani vale molto di più della somma delle loro ricette”. Insomma oggi (nel mondo non solo in Italia) la ristorazione italiana vale molto di più del semplice fatturato dei loro ristoranti: è un traino economico e sociale, è un traino di cultura e creatività. Massimo di tutto questo è un pò l’emblema e l’alfiere, e se lo merita non solo perchè è riconosciuto da tanti (se non da tutti) il migliore (o comunque tra i migliori), ma anche perchè secondo noi pur essendo al vertice non smette di pensare a crescere ancora. E, cosa ancora più meritevole, non lo fa puntando ad esempio al fatturato (e non sarebbe di certo cosa irriprovevole) ma ad una visione universale e sociale dove largo spazio viene dato ai concetti di umanità, carità, sostenibilità con il progetto del Refettorio messo a punto all’Expò di Milano (vedi le foto) poi riprodotto a Rio, a New York e prossimamente altrove. Non vogliamo farne un Santo, quanto un esempio da additare a tutti per la voglia di crescere, di fare e non di rilassarsi sugli allori. Massimo, grazie!
Nel mondo del vino, come per altro in quello del cibo, si fanno incontri straordinari e si conoscono persone di grande valore. Ne stimiamo tanti, ma poi alla fine non abbiamo tantissimi amici. Andrea Cecchi è uno di costoro, lo stimiamo grandemente per le sue qualità professionali, ma è nel nostro cuore per la sua modestia e umanità. E pensare che non eravamo mai andati nella sua cantina! Lacuna superata in una splendida giornata invernale che è poi finita nella Foresteria, il curato locale adiacente che offre una sosta golosa di rispetto. In realtà le alternative sono due: la Vineria, più semplice dove si può chiedere anche un solo calice con un bel talgiere edi salumi, e appunto questa Foresteria dove operano in tanti giovani. Abbiamo assaggiato una serie dei vini dell’azienda, con il Chianti di Villa Cerna in bella evidenza e ci hanno accompagnato i piatti classici della cucina toscana: crostini, tortelli, zuppe, zolfini e fiorentina. Tutto nella norma, ma forse ci sono anche margini di miglioramento.
Feudi diversifica puntando sui formaggi…. e che formaggi! In primis il celebre ma quasi scomparso e dimenticato “carmasciano” dell’Alta Irpinia, ma intorno una bella corona di altre forme tra le quali spicca quella dell’ultimo assaggio. Formaggi e bollicine, difficile resistere, per i nostri gusti è l’abbinamento migliori: ansiosi di vedere cosa sapranno fare Angelo Nudo & Co con la preziosa consulenza di Renato Brancaleoni, un caro amico che da tempo non vedevamo, una persona seria modesta e competente.
