Dal recupero di tre masserie nasce questa specie di “villaggio” rurale aperto all’ospitalità che ha praticamente tutto quello che il visitatore che transita da queste parti (un pò remote per la verità) può desiderare. L’ospitalità si divide in camere, suites e appartamenti in serie copiosa e con soluzioni differenti per vista, confort, arredo. Anche la ristorazione si articola con un bistrot per cucina più semplice e tradizionale, sala per cerimonie, e ristorantino gourmet (vedi post dedicato). Si sta per aprire un importante centro benessere e nell’intorno non mancano le escursioni al Vulture per gli appassionati di vino, nei boschi di Monticchio per gli amanti della natura incontaminata, a Melfi Venosa ed Acerenza per arte e architettura. La famiglia dei titolari assiste e consiglia e Saverio Lamiranda cerca di animare tutto il territorio dandogli direzione di sviluppo e sinergia con l’iniziativa Terre di Aristeo.
Ristorazione&Ospitalità
Capo La Gala, è come entrare in un sogno. Peccato che siamo riusciti quasi subito senza nemmeno provare il ristorante dove opera un allievo di Oliver Glowig (consulente della struttura): Domenico Iavarone. Speriamo solo di tornare presto in questo paradiso.
Oltre un secolo di pizza e tante generazioni: Enrico è l’ultima (con un figlio in arrivo) a testimoniare che la passione ce l’hanno nel DNA. L’arredo conserva tracce del passato, la cucina offre alternative tradizionali, la pizza è da provare con la buona sopresa di un abbinamento insolito con una crema di pistacchio e olio di buon sapore.
Sia l’albergo che il ristorante hanno rappresentato (con Palazzo Petrucci), l’unico vero tentativo di far qualcosa di diverso nel settore qui a Napoli. Mentre la regione gode di grandissimo entusiasmo e sviluppo nella ristorazione di qualità, la città langue e sonnecchia con l’unica importante eccezione delle pizzerie che stanno vivendo una stagione gloriosa. Ma torniamo a quest’albergo (bellissimo) e al suo ristorante altrettanto bello. Si gode la vista del golfo, cullati da un servizio premuroso e attento, immersi in un ambiente volutamente oscurato per far meglio risaltare il panorama e i bellissimi piatti che arrivano dalla cucina. Lo stile è quello originario di Aprea, mutuato da Salvatore Bianco, altrettanto giovane e preparato, e soprattutto gran lavoratore, perchè menù come questi (a 85 e 110 euro, secondo la lunghezza) sono di quelli che impegnano a fondo una brigata. Gli ingredienti si affollano con garbo e buon senso a testimoniare la maturità raggiunta dalla squadra, maturità che ci convince maggiormente in apertura e chiusura, con l’uovo e la seppia in primo piano, e i due spettacolosi e buonissimi dessert nel finale, tutti piatti che si contendono la palma del migliore, mentre quella del peggiore la diamo a dei tortelli confusi e sommersi (è il caso di dirlo) dai troppi ingredienti.
Edoardo Trotta ha provato a circordare la bellissima piazza con i suoi locali. Su Scaturchio ha dovuto fare marcia indietro, ma è andato avanti con questa pizzeria che affianca e completa l’offerta gastronomica di Palazzo Petrucci. Qui l’alternativa è più semplice e tradizionale e inoltre si propone una buona pizza napoletana secondo tutte le migliori regole che ormai hanno cambiato (in meglio) il settore. Molto gradevole è l’ambiente con il plus unico della spettacolare terrazza che domina la piazza.
Novità ad Anzio con questa fresca trattoria a 50 metri dal lungomare di ponente. La seconda generazione dei Lunghi dirige in sala (la prima è al Focarile di Aprilia, storica insegna): i fratelli Gian Paolo e Chiara, con la fidanzata di lui, Principessa Montecchi. In cucina è Marco Davi, del Perbacco di Aprila, altro locale noto e collaudato, che ora è chiuso, ma dovrebbe riaprire in autunno. Non sappiamo come Marco si dividerà tra le due cucine, qui comunque c’è anche il giovane Alessandro Balossini di 27 anni. Insomma il locale è nuovo, ma la squadra è collaudata e in effetti ci siamo divertiti: Gian Paolo ci ha fatto assaggiare una serie di vini un pò da tutto il mondo per spezzare l’abituale legame con il territorio che comunque alla fine è tornato con due vini interessanti, Marco si è esibito con una serie di antipastini intriganti (grande l’inizio con il fegato di triglia e le fragoline di bosco, come pure la caprese di tonno), poi il livello è un pò calato (primi e dessert), ma la media è soddisfacente.
Accanto ad un supermercato (pure modesto), una struttura che pensi sia una normale pizzeria, e scopri invece che è un ristorante di rispetto. Merito del titolare che ha dato fiducia a questi due ragazzi di Vico (capitale mondiale dei cuochi), uno in sala e l’altro in cucina, e la coppia fa meraviglie. Indaghiamo e scopriamo che Massimiliano è stato per anni accanto a Pino Lavarra a Ravello e ultimamente con De Leo, ed infatti la cucina ne riflette lo stile: esuberante, immaginifica, sesquipedale. Ogni ricetta prevede dai 10 ingredienti in su, che percorrono i 5 sensi fondamentali del gusto, la tavolozza dei colori e quella delle consistenze, senza praticamente tralasciare nulla. Il tutto richiede un enorme lavoro a monte e brigate pazzesche che ovviamente a Sezze non ci sono. Però, anche se qua e là le imperfezioni ci sono (e vorrei vedere visto che in cucina sono in due o tre), il livello che Massimiliano riesce a proporre è più buono. Francesco assicura un servizio a puntino, mentre l’ambiente non aiuta ed è rimasto, con qualche sforzo di miglioramento, quello un pò povero della trattoria preesistente. Sarà interessante vedere se l’esperimento si evolve come speriamo con un successo anche di clientela e per ora ne consigliamo fortemente la visita.
Un pò nascosto in un borgo della piana tra Terracina e Latina, Essenza è giusto all’angolo di una palazzina. Una veranda offre il fresco in estate del pontentino che arriva dal mare, dentro una saletta semplice e linda anticipa le scelte abbastanza minimaliste dello chef. Chef che è giovane, solo 26 anni, con belle esperienze da Alla (che fine ha fatto il talentuoso Gianluigi?) e Andoni (purtroppo solo un mese). Un pò presto forse ha aperto questo suo locale, prima cioè di avere raggiunto una maturità più evoluta, ma certo è che il potenziale non gli manca e concordiamo con i colleghi Massimo Menta e Antonio Scuteri che ce l’avevano segnalato. E’ già in gamba, le ricette sono di fondo sensate e cercano di svolgere con misura un’idea originale senza complicarsi troppo la vita, il che denota buon senso di fondo. Il prezzo è iperconveniente (35 euro 5 portate!!!), una ragione in più per venire da queste parti. Il piatto migliore? il Kebab di tonno (che non è un kebab, piuttosto un “tikka” indiano), un pò banale invece la chiusura dolce del menù.
E’ bello vedere autodidatti come Cinzia Mancini, che rimangono umili ad apprendere, e che con tanta passione anno dopo anno sono anche in grado di trovare una proposta interessante e innovativa, calibrata e corretta, sopratutto pensando alla zona un pò isolata dove vivono. Cinzia è sorretta da buon gusto e senso della misura, i suoi piatti sono talebani per aderenza ai prodotti biologici del circondario e didascalici per il rispetto della materia prima, per la leggerezza del contesto, per il minimalismo che anima il tutto. Siamo in aperta campagna, in una casa quasi qualsiasi, ma che si distingue quando ti avvicini per cura e pulizia, le stesse cose che poi troviamo all’interno. Dei piatti abbiamo detto, tutti ben impostati con l’anatra al top, il conto è di 35 euro, la carta dei vini biologica come il resto. Insomma dateci retta e andate a trovarla, non rimpiangerete il viaggio.
La Locanda del Pilone ad Alba
E’ sempre stata accogliente questa locanda posta su una delle colline che dominano Alba e che permette un panorama a tutto tondo che profuma di vigne e vino. La famiglia Boroli gestisce Azienda e Locanda, qui vinifica i vini, salvo il barolo (che viene prodotto nell’altra azienda a Castiglion Falletto), qui accoglie clienti e visitatori con alcune camere curate che sembrano di famiglia, qui c’è anche una bella sala consente qualche piccolo evento con le sue ampie vetrate che lasciano entrare la luce ed il panorama, e infine c’è un piccolo ristorante da sempre gourmet. Una brigata di giovani si prende cura dei pochi tavoli, e altri in cucina seguono e svolgono le idee di Masayuki, chef ormai naturalizzato, a lungo con Tonino Cannavacciuolo che è stato fino a poco tempo fa consulente della Locanda. Gran lavoratore come tutti i giapponesi, Masayuki ci riempe vista e palato di una serie notevole di stuzzichini iniziali che anticipano le qualità di una cena in crescendo che trova negli spaghettoni aio e olio, nello scamone e nei dessert i piatti che ci hanno pienamente convinto. A Masayuli non si addice il rosso: il petto di anatra alle fragole e i crostacei ai lamponi non ci hanno entusiasmato, mentre è sicuramente il colore dei Boroli che con i loro tre baroli, Classico, Cerequio e soprattutto il Villero 2005 ci fanno sognare.
