Andra Viola è tra i giovani (anche se gli anni passano pure per lui) chef romani più interessanti. Ce lo conferma la nostra ultima visita: una serie di assaggi di indubbio spessore e capacità tecniche, che hanno il loro limite forse nella troppa insistenza sulle marinature curiose, sull’utilizzo delle fermentazioni (anche più di una al piatto), sulle complicazioni delle procedure adottate che alla fine non sempre raggiungono l’effetto forse desiderato. Nel senso che non sempre al tanto lavorio di base corrisponde un’adeguato riscontro organolettico. Però l’attenzione e l’interesse rimangono sempre elevati lungo l’arco della cena. Siamo nel periodo rosso, potremmo dire. AI pennelli (grissini) portati all’inizio della cena, si aggiunge la tavolozza di chips colorate con il rosso a prevalere, come sarà in quasi tutti i piatti a seguire. Rapa rossa a volontà, ma anche melograno, ribes rossi ad esaltare cromaticamente ogni ricetta. Nel tripudio di colori e sapori si distinguono l’uovo, il pollo e la patate (anche se la ricetta è frammentata in due) e quello che risulta il piatto più elegante e convincente anche se non è rosso: i bottoni di seppia. Lodevole il finale dolce con un buon soufflè. Noemi in sala è bravissima, ma quando la saletta è piena, ha davvero un bel da fare.
Luigi Cremona
Il locale è piccolo, ma molto curato e piacevole, in stile moderno senza fronzoli, ma funzionale con molti particolari interessanti (ad esempio il gueridon con l’appoggiaborse). Si vede che c’è un pensiero dietro e questo pensiero ha anche un nome: Alberto Buratti chef che sembra tranquillo e pacioso, ma che è invece irrequieto e pieno di idee. Con lui in cucina ed in sala altri giovani ben educati e pazienti (anche di fronte ad un tavolo di clienti insopportabili). Il menù offre sostanzialmente due strade: una tranquilla con i classici del territorio, una molto più estrosa che si ispira a New York e che ti fa viaggiare. Abbiamo scelto anche noi di viaggiare e ci siamo trovati abbastanza bene. Un viaggio con qualche scossa di troppo (il branzino al sale e gli spaghetti troppo conditi) ma anche qualche incontro piacevole e divertente (la bella insalata russa e la pluma) con un ottimo finale: il dessert Aspromonte. E’ un viaggio che vale la pena provare.
Più classico non si può ed è sempre pieno perfino a pranzo, quindi il genere piace, nonostante il prezzo non certo di poco conto. Stiamo parlando del Baretto all’Hotel Baglioni, una bomboniera di vecchio stile portato bene. I camerieri riconoscono a vista la folta clientela di ricchi habituèes, il cibo è confortevole e corroborante, a volte un pò antiquato (il sampietro alla ligure) a volte molto buono (il riso al salto). Le buone maniere ci sono, ma le apprezzeremmo maggiormente con i tavoli un pò distanziati e non a contatto come sono per poter sfruttare ogni centimetro quadrato.
Siamo proprio di fronte alla stazione ferroviaria nel bel giardino che occupa gran parte della pizza. Qui il vecchio chalet è stato rimodernato ed ampliato per creare una struttura molto accogliente: piacevolissimo l’ingresso, caldo e attraente con il banco bar e una buona selezione di formaggi, più professionale la sala del ristorante che non nasconde le sue ambizioni. A gestire il tutto due fratelli gemelli ben assortiti: Alessandro ai fornelli e Filippo in sala. Non passano e non vogliono passare inosservati, ed in effetti Filippo si muove con professionalità non da poco, è attento sui vini, alla coreografia del tavolo e a tanti dettagli che arricchiscono il servizio (basterebbe citare il pane spezzato a mano), è stato eletto finalista a Emergente Sala a Merano al termine di una difficile competizione e lo ritroveremo quindi a Roma per la finale. In cucina il fratello non è da meno, con una cucina contemporanea, volutamente aperta alla contaminazione, e qualche nota azzardata spesso inserita nel contesto. Non sempre l’effetto è centrato, ma di certo non ci si annoia in questo bel locale. La parte migliore? forse la serie di stuzzichini iniziali attraente e gustosa.
Nel mezzo della Lomellina tra risaie e canali affiorano borghi che non ti aspetteresti come Cozzo e Scaldasole con i loro castelli e Sannazzaro che ha un piccolo centro storico. Manca in genere l’ospitalità curata e questo Hotel Eridano è un pò l’eccezione. Alla guida una famiglia di imprenditori di origine campana, da qui il curioso nome del ristorante che sta a ricordare la distanza in km dal luogo di origine. Una delle due sorelle, Annalisa, accoglie in sala ben coadiuvata da Benito Langella, che ben si è fatto notare ad Emergente Sala a Merano. E anche in cucina c’è un altro giovane in gamba, Tepshi Rigels, origine chiaramente straniera ma ormai perfettamente naturalizzato. Ha frequentato cucine importanti e infatti i piatti sono ben presentati da un punto di vista estetico e costruiti con logica. Sarebbero ancora migliori se, almeno qualcuno, fosse più aderente al territorio e soprattutto se avesse intorno una brigata adeguata a mantenere il giusto ritmo alla cena. Ma pian piano le cose probabilmente e naturalmente si aggiusteranno.
Origini lontane, ma ormai romani per adozione e convinzione: Alba e Michel, dopo la bella esperienza di Marzapane, eccoli qui, in pieno centro storico a due passi da Campo de Fiori, in un antico laboratorio convertito alla ristorazione e rinnovato con grande professionalità e ottimo gusto. Accoglie al centro la cucina a vista con in prima linea la brace, a destra una suggestiva saletta lunga, a sinistra la sala con il banco bar e la cantina. (nel tutto c’è anche un bel prosciutto iberico a taglio). Alba ha avuto eccellente esperienza formativa dai Roca e si dimostra capace di affrontare qualsiasi ingrediente con ottima mano. La sua è quindi una carta varia che spazia attraverso vari generi: precise le cotture della lingua e della capesanta, profondi di sapore gli agnolotti, semplice ma di classe il cervo con il suo purè perfettamente a punto. Qualche imprecisione nelle linguine troppo ammassate e poco acide, e in qualche nota sapida in eccesso. Il piatto migliore? siamo indecisi tra le originali rape variegate con aceto leggere e ben manipolate e presentate, e il dessert finale elegante e suadente (ci ricorda Jordi Roca).
Capodanno all’Osteria Magona, come dire che iniziare meglio di così è difficile. E’ un’Osteria dove si fanno i numeri, come è giusto sia quando si hanno gli spazi necessari, ma anche tanta qualità. Carne di Dario Cecchini e non solo, grandi frollature, orto di famiglia, cantina eccellente visto che qui siamo a Bolgheri tra Ornellaia e Sassicaia (ci si può andare anche a piedi). Ma non basta, qui il formaggio viene fatto in casa con stagionature e pezzature inusuali, come anche il prosciutto (imparata l’arte a Langhirano). Omar Barsacchi, chef e titolare può veramente essere considerato un esempio virtuoso, ed infatti la risposta del pubblico non manca ed il locale è abitualmente sempre pieno. A Capodanno c’è anche un operatore del TG1 e ringrazio Anna Scafuri, brillante giornalista di economia che sa cosa è il cibo buono, dell’intervista realizzata, ed ovviamente stringata visto le esigenze televisive.
Ben venga l’alta qualità della cucina nei nostri musei. E’ una bella notizia sapere che al MART, il museo di arte moderna di Rovereto, oggi c’è uno chef del calibro di Alfio Ghezzi. Ha aperto da poco, ma già possiamo consigliarlo a tutti. E’ davvero una bella esperienza assaggiare il suo menù al piano terra del museo in uno spazio ampio, diviso tra bistrò e gourmet (il primo aperto a pranzo il secondo la sera) con un servizio giovanile e attento (di Mirko Rossi e Umberto Girotti). Subito accolti da un inizio esemplare fatto di corteccia di carote, profumo di funghi e grano saraceno, poi via via una serie di piatti di grande spessore, sapiente tecnica, sapori di territorio. Un’esperienza davvero godibile dove il vertice è conteso tra la carota, più volte protagonista e dei plin sontuosi, mentre dall’altra parte solo la faraona ci è parsa un po’ gommosa e meno convincente. Alfio Ghezzi in sintesi è partito molto bene e Rovereto è fortunata ad averlo in casa in un angolo così prestigioso.
La parola d’ordine è: mescolare i vari generi. Ed ecco quindi che un bel locale di design (arredo mobili ed oggetti) ospita una degustazione di Champagnes accompagnata da alcuni prodotti selezione Capecchi, per un incontro informale elegante e sicuramente piacevole. Meriti che vanno condivisi tra Raffaelle Cappiello, titolare dell’attività e Emiliano De Venuti di Vinoforum.































































































































































































































