E come ogni anno la Guida Vinibuoni d’Italia apre le porte in occasione della degustazione finale. Chiunque può venire a vedere, assaggiare (prenotando) i vini, controllare il nostro lavoro. E le “corone” vengono subito annunciate. Insomma la trasparenza regna sovrana. Ma a parte lo stile è anche un’occasione per rivederci tutti e godere gli straordinari dintorni che questa regione offre.
Redazione Witaly
Osteria 140 Oyster Club a Roma
Tra il Pagliaccio e il Supplizio fa capolino quest’Osteria 140, all’inizio un pò angusta, ma provvista sul retro di un piccolo dehor. Ambiente semplice, ma spicca subito a prima vista il bel banco di ostriche con un’offerta notevole per gli standard della Capitale, completata dal caviale Calvisius, ed il tutto servito con ricarichi onesti. C’è anche una volenterosa cucina di pesce, opera del nuovo chef Raffaele De Masi, un napoletano già con qualche esperienza sulle spalle, che propone piatti di cucina di mare principalmente referenti alla Sardegna, patria del titolare Daniele Mannis e appunto alla Campania. Tra i vari piatti, meglio i primi degli antipasti un pò banali. Ai vini Giancarlo Mura presenta etichette interessanti da una carta di vini non banale fotocopia di tante altre.
Fiore, crudo e vapore a Roma
Nuovo ed ampio locale a metà della via, che offre varie alternative che aumenteranno quando sarà pronta anche la terrazza superiore nel frattempo cresce l’orto. Ma già al piano terra non ci si annoia: frullati, centrifugati e smoothies, insalatone e crudità, piatti a vapore grazie anche all’alta tecnologia in dotazione, e per finire cucina più normale ma di sana impostazione. La direzione è affidata a Luigi Mazzei, la consulenza ad Heros De Agostinis (sous chef di Heinz Beck), la cucina del quotidiano a Massimiliano Valenti, il bar a Gabriele Pizzi. C’è anche una cucina normale di pochi piatti di carne e di pesce, per gli avventori più tradizionali. Locale giovanile e moderno, consigliabile a tutti per un pasto sano, molto frequentato dal pubblico femminile.
Non era semplice sostituire uno chef come Marco Martini, che per noi rimane tra gli chef più interessanti della nuova ristorazione romana. Ma indubbiamente Pino Cau, titolare del locale, ha mano felice, e anche Luigi Nastri, il nuovo chef, ha parecchie qualità. D’altronde è cresciuto accanto a Fulvio Pierangelini e ha raffinato ulteriormente il suo stile a Parigi. Questo è il suo rientro. A noi il posto è sempre piaciuto, siamo di fronte alla grande piazza dell’ex Mattatoio, che se fossimo in un paese civile sarebbe uno dei posti più visitati della Capitale. Lo sforzo di rinnovare e valorizzare l’area in effetti è stato fatto, ma siamo ancora a metà del guado, speriamo solo che si vada avanti. Nell’attesa comunque questa Stazione di Posta è già oltremodo gradevole, ha classe e stile da vendere, non sfigurerebbe nemmeno a Manhattan. La nuova brigata di sala si dà da fare, la cucina pure: il crudo di ombrina ha la finezza della mano di Fulvio, il vitello tonnato un boccone squisito, e così via le pietanze si sussegono invitanti e gradevoli. Luigi non ama il rischio e l’azzardo che caratterizzavano Marco, ma c’è comunque tecnica e stile, fino all’intrigante chiusura del dolce bianco. Lungo il percorso stona la triglia un pò coperta, come anche il calamaro, ed è da migliorare il pane in accompagnamento.
Davide Maci, chef riservato e modesto, si rivela poi intraprendente e infaticabile. Aperto il The Market Place al limitare del centrocittà, si è poi ripetuto al Fresco Bar dove largo spazio viene dato ai cocktail, ed ora ha aperto questo nuovissimo Punch nella periferia alta. La cosa più debole ci sono sembrati i punch, almeno quello che ci hanno proposto, mentre i piatti si sono rivelati più interessanti. Ben studiati, per una clientela che vuole andare anche veloce, ma non banali e che denotano una buona base tecnica (basti pensare alle varie salsa in accompagnamento). Gradevole e fresco il branzino, notevole il quadrato di melanzana che ci sono sembrate le due cose migliori.
Freschissima la serata sul Lungomare di Fregene accanto alla bella piscina dell’Albos Club, stabilimento balneare di classe. Si inaugura il Rosmarino, un ristorante che punta molto sulla qualità delle materie prime: pane di Roscioli, mozzarella di bufala di Barlotti, alici di Cetara, prosciutti e salumi di qualità sempre selezione Roscioli, accanto ad una carta di vini volutamente limitata ma corretta a cura di Trimani. Consulenza di Pasquale Torrente, un torrente di nome e di fatto che ormai ha invaso anche la Capitale, ma a queste invasioni non alziamo i muri…..
La saletta è un pò troppo squadrata, la luce è ancora fin troppo diffusa, ma con il giovane Federico Delmonte la cucina fa sicuramente un passo in avanti e la sala affidata al sorriso di Elena e alle bottiglie di Stefano è sempre una sicurezza. Questa volta abbiamo trovato una frappeuse piena di champagne interessanti e poco conosciuti (la carta dei vini è importante, quella dedicata alle bollicine da lode). Ma torniamo alla cucina: Federico Delmonte è giovane, ma ben preparato e con un ampio spettro di soluzioni. Le capesante con cipolla e cocco sono agli antipodi delle seppie con spinaci per ideazione e gusto, come anche la triglia (un pò troppo “coperta” dall’intingolo) e gli sconcigli. Insomma uno chef che qui è arrivato da poco ma lascia già il segno, non solo nella ricetta studiata, ma anche nell’apparente banalità del polpo grigliato con patate, una vera bontà. Sarà interessante vedere l’evoluzione di questa cucina nel prossimo futuro.
Sono giovani e si allargano giustamente, vedi la collaborazione con l’Opera di Roma, ma questo rimane il centro della loro attività: a Mario Sansone la strategia, a Michel la sala, e la cucina affidata alla brava e dolce Alba Esteve Ruiz. Come dire che tutto è curato, dall’ambiente al servizio, dalla carta dei vini ai prezzi corretti. Assaggiamo la nuova linea dei piatti che ci confermano le doti della giovane chef. Piatti non banali, ricette costruite bene che raggiungono questa volta la vetta nelle due carni, decise, centrate nella succulenza, e dove ogni ingrediente trova la sua giusta espressione ed equilibrio. Buona ma un pò coperta la sogliola degli antipasti, meglio i tortelli di coda che quelli di rana pescatrice, buono anche il finale goloso, mentre l’unica perplessità arriva da un risotto troppo mantecato e calorico difficile da mandar giù con il caldo estivo.
Abocar a Rimini, che sorpresa!
Stiamo puntando proprio verso Rimini quando casualmente ci telefona Roberto Raineri, collega riminese: è a Roma e ci chiede un consiglio, finisce che ce lo dà lui: passa all’Abocar. E così arriviamo all’Abocar, un locale che conoscevamo bene. Qui negli anni novanta era il Rivadonda, un delizioso ristorantino di corretta cucina di mare. Ora è completamente diverso, sono arrivati Mariano e Camilla, una coppia simpatica e giovane, che ci ha subito conquistato: per la gentilezza dell’abocar (accoglienza), per la convenienza dei prezzi (menù completi a 30 e 40 euro), per il sorprendente livello della proposta. Lui, Mariano è nato in Argentina (da famiglia italiana) poi è cresciuto professionalmente in Europa (i Roca in Spagna, Rabanel e Toutain in Francia, Crippa in Italia), poi grazie a Camilla, riminese, è approdato a Rimini. La cucina di Mariano sembra semplice e spontanea e invece si basa su un solido zoccolo tecnico (vedi le tante salse, guazzetti e zuppette che danno il largo alle ricette). Le contaminazioni native o acquisite andando in giro aggiungono originalità agli abbinamenti, senza cadere nell’eccesso o rompere gli equilibri. Insomma complimenti a loro due, e consigliamo a tutti gli appassioanti di far loro visita. Il piatto migliore? tra i tanti in lizza, scegliamo le campanelle. Per il peggiore è più facile la scelta: il dessert, vero lato debole della cucina.
Il Caffè Mozart è da sempre abbinato a bei ricordi di grandi cocktail, etichette di prestigio, personaggi famosi. Sotto le belle volte del soffitto si sono seduti VIP di ogni colore, stappati champagne di grandi maison, e si sono chiuse serate con distillati che è difficile trovare in giro. Il tutto animato e vivacizzato da Massimo Ferrara, carismatico ed infaticabile titolare. La cucina non è mai stata il punto forte, si è in genere puntato all’essenziale e al classico. Oggi invece troviamo uno chef indubbiamente interessante come Kisung Park, ancora giovane, esperienze con due campioni come Fabio Barbaglini e Tonino Cannavacciuolo, e quindi ormai ben preparato sui sapori di casa che comunque cerca sempre di abbinare ai ricordi della sua origine coreana.
