L’enoteca è un contenitore di una quantità di vini e liquori (normali, rare e introvabili) che sembra senza fine. Si è sempre anche mangiato e bene, ma più a livello di stuzzichini, tartine, taglieri di culatello o altri ottimi prodotti, in modo informale. Quest’offertta continua al banco o nel piccolo dehor, mentre nelle due salette sul retro è arrivata la cucina di Massimo Viglietti, chef stellato di Alassio che prova a mettersi in gioco in una grande città. Massimo ha sempre dimostrato un grande coraggio, cercando prima di cambiare le regole nel ristorante dei suoi genitori, poi proponendo una linea di cucina nuova e audace, ed ora cambiando addirittura locale e ambiente di lavoro a 600 km da quello originale. Per Roma è un acquisto formidabile, perchè forse non c’è nessuno che faccia una cucina così personale e trasgressiva che viene ad ampliare il panorama dell’offerta gourmet della Capitale. In una saletta che è una vera bomboniera piena di coccole, con un servizio curato, viene proposto il menù dello chef (wish you were here, il nome, dal titolo di una celebre canzone dei Pink Floyd che è anche una delle nostre preferite in assoluto) a 100 euro (che non sono pochissimi per la città) dove Massimo dà sfogo alla sua creatività. Il risultato è notevole, non tutti i piatti ci sono piaciuti (“il Caos”, così si chiama, della triglia fritta è un vero caos, come anche quello delle acciughe fritte), ma il baccalà e foie gras, come le seppie con carciofi, le ottime polpettine e la carbonara rivisitata sono tutti piatti che meritano, e come!
Porzioni Cremona
Marco Bottega è nato nel ristorante di famiglia, un tranquillo locale ben aperto ai grandi banchetti, dove poteva tranquillamente vivere e prosperare senza troppi problemi, allietato da una larga e generosa campagna intorno. Gli dobbiamo riconoscere ansia di emergere e imparare, è andato per anni in giro con tappa fondamentale da Massimo Bottura, è passato dalla sala alla cucina, per ritornare a casa e giocarsela a tutto tondo mettendoci la faccia. Insomma ha del coraggio, e noi che lo conosciamo bene, ha anche una grande potenzialità per l’età (32 anni) che gli potrebbe ancora consentire un ampio miglioramento. Ce la farà? Dipende dalla quantità di sacrifici che ancora vorrà mettere in gioco per affinare le indubbie qualità che già possiede. Già oggi comunque nel deserto che si stende tra Roma e Napoli, accanto alla luce di Salvatore Tassa, è una delle poche alternative che meritano deviazione e sosta. Il pranzo che abbiamo avuto ci è piaciuto, il piatto migliore? un dessert straordinario fatto in collaborazione con Franco Aliberti (tre elementi, tre pennellate di puro piacere). Ma il suo (tutto suo) fegato grasso è altrettanto provocatorio e godibile, mentre negli altri piatti si intravede l’impostazione e la qualità, manca a volte la soluzione che fa la differenza, ma comunque quest’Aminta è da vedere!
Un bel locale davvero questo nuovo “Sarri” che Andrea e Alessandra hanno messo su in pochissimo tempo battendo ogni record. Siamo sul bel lungomare di porto Maurizio dove loro, infaticabili, in estate gestiscono un secondo locale sulla spiaggia. Lì o qui, starete sicuramente bene, gustandovi un ambiente fresco e giovanile, un servizio cortese ed una cucina in un certo senso esemplare. Non sarà, e non vuole essere, la cucina sofisticata e gourmet pensata per i dieci gastrofichetti d’Italia, ma è una cucina contemporanea, fresca, brillante, fatta di pochi elementi (tre o quattro, diversi per colore e sfumature sensoriali) che direttamente arriva nel palato e lo conquista per la sua franchezza. Andrebbe fatta assaggiare agli studenti perchè è un perfetto esempio di cucina didascalica, ma anche qualche noto chef imparerebbe qualcosa. Insomma non ci sarà forse il piatto memorabile ma è difficile alzarsi non lodando la sequenza piacevole che arriva sulla tavola, anche per il prezzo assolutamente corretto. Dopo tante lodi, segnaliamo il piatto secondo noi meno riuscito: i buoni tortelli di coniglio sovrastati da un condimento troppo forte e troppo abbondante.
La Conchiglia ad Arma di Taggia
Da quasi 35 anni sono lì, prima semplice pizzeria, poi una diecina di anni dopo, ristorante elegante e di giusto tono. Qui le buone maniere sono di regola, la discrezione palpabile, la continuità un vanto: crisi o non crisi non si deroga dal buon pescato e dalla gentilezza dell’accoglienza. Se amate certezza e bon ton, ne avrete alla grande in questo locale che non cavalca le mode, non cerca avventure, e che si mantiene fedele alla sua cucina buona e di sostanza, focalizzata sul pesce di giornata, e presentata senza svolazzi inutili.
In uno scampolo caratteristico di piazzetta a ridosso della brutta stazione di Ventimiglia ecco un locale gradevole ed accogliente in equilibrio tra i toni rustici e quelli eleganti dove troverete un titolare simpatico e una cucina insolita. Questo per dire che vale la pena mangiare su questi tavoli (tutti diversi) e seguire i consigli dello chef. Manuel è giovane, è andato in giro, non ha esperienze stellari alle spalle, ma cerca di supplire con la passione e la quantità di lavoro. I piatti che propone sono studiati, fin troppo, nel senso che gli ingredienti si affollano e a volte sovrastano l’idea dalla quale sono partiti, e un altro limite è la brigata corta che di certo impedisce la cura del dettaglio nella presentazione. Ma detto questo si assaggiano piatti che escono dalla ripetitività un pò scontata di tanti menù della zona, che mostrano coraggio, che cercano il gusto pieno forse a scapito della finezza, ma vanno incontro ai desideri di larga parte della clientela. Ci è piaciuto l’aroma di violetta nel coraggioso astice iniziale, e la buona crema di piselli rinvigorita dalle triglie, mentre in fondo alla classifica mettiamo i pesanti gnocchi di patate.
Non siamo riusciti a cenare in questo bel ristorantino di Ventimiglia dove opera Emanuele Donalisio, appena 28 anni ed esperienze importanti al Waterside INN (tre stelle michelin) e poi in giro per il mondo. Ora è arrivato in questo locale elegante dove propone una cucina creativa e curata nella presentazione. Ci torneremo alla prima occasione per raccontarvi dei piatti. Intanto comunque lo segnaliamo agli appassionati.
Presentazione de L’Altro Vissani del Bellevue Hotel di Cortina, per vedere il mitico Gianfranco in azione, irrefrenabile con il suo lungo soliloquio. Comunque è indubbio che anche in montagna la cucina è ormai l’attrazione, se non principale, di grande appeal.
Della bellezza del contesto abbiamo parlato nel precedente post, mentre ora arriviamo alla cucina, motivo anche questa di sicuro interesse. In sala ritroviamo un maitre di sicuro affidamento, la cantina è bellissima come struttura, ma da migliorare per i contenuti. La responsabilità dei fornelli è di Antonio Cuomo, origini campane come dice il cognome, ma già da molti anni in Lombardia e quindi perfettamente acclimatato. Come spesso capita con gli chef campani, anche lui vive per il suo mestiere animato da passione incredibile e sostenuto da altrettanta capacità di lavoro. Non ha alle spalle esperienze con chef molto famosi, ma alle inevitabili carenze tecniche supplisce raddoppiando gli sforzi.In cucina sono in pochi e per quello che riescono ad offrire è indubbio che tutti si prodigano al massimo. Antonio inizia e finisce con un festival di assaggi e assaggini, e in mezzo propone una serie notevole per numero e spessore di ricette non banali, volutamente complesse, fin troppo studiate che di certo non vogliono passare inosservate. Il risultato è comunque più che apprezzabile anche se pensiamo che le ridondanze in eccesso portino danno più che beneficio e comunque aumentano il carico di lavoro e il rischio di fare degli errori.
Il Relais San Lorenzo a Bergamo
L’Italia delle meraviglie non finisce mai di stupire. Ecco un pregevole esempio di come si possa trasformare una normale struttura (il preesistente Albergo) in un bellissimo albergo che, confort a parte, e non è poco, ha valorizzato i referti storici di epoca romana e medievale che erano sotto l’attuale livello stradale. Sono stati recuperati e inseriti in un bel percorso a fianco del bar e del ristorante per rendere l’esperienza veramente unica e da ricordare. Di cose così o similari ne abbiamo alcune in Italia, eppure non tutti le conoscono e dovrebbero essere ancora di più valorizzate (pensiamo al Gellius di Oderzo, al Redibis di Bevagna, e ad altri ancora). Applausi quindi a questa nuova realizzazione che per altro è stata portata anche alla Biennale di Venezia.
Sarà forse perchè c’era Gino Veronelli, ma è indubbio che da tanti anni a Bergamo e soprattutto nei dintorni non sono mai mancati i posti giusti per il goloso errante. Negli ultimi anni qualcuno di questi si è forse un pò appannato, ma non è il caso di questa Osteria, in realtà un signor ristorante, dall’arredo elegante, completo di gran cantina e servizio preciso. Stefano, il titolare, non si è mai risparmiato nella ricerca dei prodotti, nel cercare di arrivare a perfezionare ogni dettaglio della sala e della tavola, e adesso può dirsi soddisfatto perchè tutto gira a puntino, non ultimo la cucina che offre una serie di preparazioni di indubbio spessore e ricerca. Certo non tutto è perfetto, pensiamo ad un cappon magro bello a vedere ma meno riuscito per il palato, o a uno scampo troppo caramellato. Ma la media è notevole con alcune squisitezze come i primi (encomiabili anche quelli con la pasta secca), la crema di asparagi e lo shabu shabu e per finire la buona zuppa calda di fragoline con cialda croccante.
