Somma produttrice di aceto balsamico tradizionale e amica dai tempi della Gourmet Arena di Merano: Nazzarena Bisini Gambetti. Gli ultimi tempi non sono stati facili per Lei, tra scomparsa del marito e terremoto, ma con grande coraggio e determinazione ha stretto i denti ed è andata avanti. Ci dà appuntamento in un posto singolare, il Maranello Village, un complesso alberghiero con palestra ben in vista, comodo parcheggio e due posti destinati alla ristorazione. Ci sorprende più il curato e popolare Pit Stop (l’area freeflow) del ristorante vero e proprio Paddock, ma ambedue sono piacevoli, dai colori vivaci, allietati dal rombo delle Ferrari che arrivano e ripartono numerose.
Ristorazione&Ospitalità
Duchessa Margherita a Vicoforte
Vicoforte merita la visita per il suo Santuario dalla magnifica cupola ellittica, forse la più grande del mondo. Accanto è questo villino storico aperto all’ospitalità da qualche anno, arredato con grande cura e molti oggetti di pregio e d’antan. Non c’è il ristorante, ma una buona prima colazione. Complimenti ai due titolari Elena Accamo e Riccardo Re.
Sapori in Movimento a Savigliano
Due ragazzi di 32 anni stanno dietro a quest’avventura. Il luogo è bello: una vecchia stalla con granaio e orto ben riadattata a ristorante con anche una corte interna piacevole e vivibile in estate. Dentro la sala è suggestiva, la cucina è a vista. Giovanni è un napoletano ormai diventato quasi autoctono, ma di tanto in tanto le origini riappaiono e rendono la cucina più intrigante. Non ha fatto grandi esperienze, cerca di supplire con grande passione, mostra un lato creativo nelle sue ricette e attenzione alla buona materia prima. Il risultato è lodevole, ma certo è che con un pò più di tecnica e misura, sarebbe anche migliore. Ci è piaciuto ad esempio il baccalà mantecato, un pò sottotono i due primi.
Rolly a Manerba, il nuovo chef
Stefano Baldelli, che gestisce questo ristorante con successo, capisce poco (a suo dire) dei piatti, ma certo ha sicuramente un sesto senso nello scegliere i cuochi, tutti tra l’altro giovanissimi. Quello di prima era bravo, e quello che c’è ora, Dino Colantuono, non lo fa rimpiangere grazie ad una cucina brillante e varia che si declina in preparazioni leggere moderne e per la maggior parte esteticamente gradevoli. Dino viene dal sud, deve ancora aggiustare la mano, soprattutto con il pesce di lago, ma ce la sta mettendo tutta. Il locale è sempre piacevole, arredato con gusto sopraffino, elegante e arioso e la cena soprattutto quella estiva, gode di una cornice veramente piacevole.
Una bella dimora appena fuori città, lì dove la strada sempre puntare verso la Garfagnana. Un prato verde accoglie il visitatore e una struttura curata aggiunge ospitalità e relax. La coppia che è alla guida, non è più giovanissima, ma sembra tale grazie allo stile contemporaneo che anima il menù. E la serie di assaggi conferma la passione e la determinazione che ci sono alle spalle. Piatti molto pensati, ideati e calibrati al dettaglio, giocati sulle consistenze e sui colori, vissuti come bandiera del territorio, che sono ambiziosi e puntano ad essere perfetti. Perfezione che ovviamente non si raggiunge per definizione, ma che potrebbe essere molto avvicinata se l’indubbio talento non si disperdesse in una serie fin troppo estesa di proposte, con un’inevitabile perdita di concentrazione ed equilibrio su qualche preparazione. I piatti migliori ci sono sembrati gli intriganti fagottelli di patate affumicate, il tanto visto tonno qui proposto in una versione piacevole e accattivante, il gioco d’azzardo con un superbo cialdone al tabacco.
Ad un quarto d’ora da Lucca, salnedo le prime colline verso la Garfagnana, ecco questa conca verde, praticamente intatta, senza nemmeno un traliccio dell’Enel, e questo piccolo borgo che è stata molto ben ricostruito una dozzina di anni fa. Per chi vuole la pace e la serenità è sicuramente il posto giusto, per chi ama il lusso è invece bene avvertire che l’ambiente è confortevole, ma essenziale. Anche in cucina si punta al semplice, ed i prezzzi rimangono contenuti.
E’ sempre stato uno dei nostri posti preferiti, una sosta ideale a metà strada tra Roma e Milano. Appena fuori dal mediocre borgo di Calenzano, è subito Travalle chiusa nel verde delle prime colline dell’Appennino. La Fattoria è antica, alcune camere rasserenano la sosta ed il giardino è citato nei libri d’arte come esempio eccellente di giardino all’italiana. Si è sempre mangiato in modo soddisfacente nella trattoria che è posta subito all’esterno della fattoria, ma certo è che con l’arrivo di questi tre giovani è difficile pensare che questo locale rimarrà poco conosciuto e frequentato come noi ce lo ricordavamo. Sono tre amici (due in coppia), tre ragazzi in gamba, tre curriculum formidabili. Devono mettere a punto la sala, visto che i 3 provengono tutti dalla cucina, ma Ilaria, pasticciera sublime, si sta sacrificando per colmare la carenza. Gli altri due fanno a gara in cucina a chi ne sa di più e dalle loro mani esce un fiume inarrestabile di salse, emulsioni, jus e a chi non conoscesse le differenze tra una vellutata e una besciamella, pensiamo che un’esperienza in questo locale sia opportuna e doverosa. Il lato negativo è nell’impatto palatale e nello stomaco: le cose più leggere sono arrivate con i 3 (ottimi) dessert, e questo la dice lunga sul contenuto calorico dei piatti precedenti. Certo è che per chi ama la cucina classica, una visita a Le Tre Lune sarà una vera scoperta, siamo di fronte al miglior ristorante di tale tipo esistente in Italia. Sarà comunque interessante vedere come si evolverà.
Il successo di un locale quasi sempre viene assegnato allo chef, ma non è sempre così. Qui lo chef c’è, Daniele Iorio, esperienza importante con Fabio Picchi, ed è anche bravo e sul pane notevole, ma è indubbio che il continuato successo di questo locale, sempre pieno, è merito del titolare, Filippo, il miglior allievo del mitico Lorenzo Viani. Del maestro ha in comune la disinvoltura e la freschezza dell’accoglienza, l’eleganza spontanea, il colpo d’occhio immediato, lo sguardo sempre vigile. Deve crescere ancora nel vino, ma il suo locale punta attualmente più adessere una tavola intelligente che un ristorante di alto profilo. E in una cosa ha superato già il maestro: si è dotato di alcune confortevoli camere.
Trussardi alla Scala a Milano
Il locale è bello e famoso, e non è certo facile prendere l’eredità di Andrea Berton. Luigi Taglienti in certe cose ce lo ricorda, alto come lui, elegante e con cucina altrettanto raffinata, osa con coraggio, ma non è spericolato. Una brigata agguerritissima ci ha letteralmente aggredito con una serie di assaggi che confermano quanto di buono si dice in giro: c’è tecnica, c’è varietà di stimoli, si gira intorno tra Liguria Lombardia e Piemonte (il triangolo d’oro dove lo chef ha vissuto) prendendo spunti e idee, mescolando il tutto e riproponendoci una cucina moderna e piacevole. Nel lungo preambolo (ci siamo anche persi qualche foto) di una diecina di assaggi, c’è stata secondo noi una spiccata insistenza sui toni dolci e qualche eccesso di condimento, meglio la seconda parte (a parte forse il petto di anatra francamente poco attraente). I piatti migliori: i fagottelli dell’orto tra quelli più classici, la mozzarella con il foie gras, tra quelli più innovativi, e il dessert finale per eleganza e leggerezza.
Il paese è microscopico, ma comodo, giusto un chilometro dal casello sulla To-Mi. Un paese povero, ma la piazzetta è caratteristica e su un lato questa osteria che si fa apprezzare per la buona scelta di prodotti locali, di formaggi e salumi, e una selezione di vini, in particolare i nebbioli delle prime colline. Aggiungiamo un prezzo irrisorio e la simpatia dei due giovani cuochi.
