Da quasi 35 anni sono lì, prima semplice pizzeria, poi una diecina di anni dopo, ristorante elegante e di giusto tono. Qui le buone maniere sono di regola, la discrezione palpabile, la continuità un vanto: crisi o non crisi non si deroga dal buon pescato e dalla gentilezza dell’accoglienza. Se amate certezza e bon ton, ne avrete alla grande in questo locale che non cavalca le mode, non cerca avventure, e che si mantiene fedele alla sua cucina buona e di sostanza, focalizzata sul pesce di giornata, e presentata senza svolazzi inutili.
Ristorazione&Ospitalità
In uno scampolo caratteristico di piazzetta a ridosso della brutta stazione di Ventimiglia ecco un locale gradevole ed accogliente in equilibrio tra i toni rustici e quelli eleganti dove troverete un titolare simpatico e una cucina insolita. Questo per dire che vale la pena mangiare su questi tavoli (tutti diversi) e seguire i consigli dello chef. Manuel è giovane, è andato in giro, non ha esperienze stellari alle spalle, ma cerca di supplire con la passione e la quantità di lavoro. I piatti che propone sono studiati, fin troppo, nel senso che gli ingredienti si affollano e a volte sovrastano l’idea dalla quale sono partiti, e un altro limite è la brigata corta che di certo impedisce la cura del dettaglio nella presentazione. Ma detto questo si assaggiano piatti che escono dalla ripetitività un pò scontata di tanti menù della zona, che mostrano coraggio, che cercano il gusto pieno forse a scapito della finezza, ma vanno incontro ai desideri di larga parte della clientela. Ci è piaciuto l’aroma di violetta nel coraggioso astice iniziale, e la buona crema di piselli rinvigorita dalle triglie, mentre in fondo alla classifica mettiamo i pesanti gnocchi di patate.
Non siamo riusciti a cenare in questo bel ristorantino di Ventimiglia dove opera Emanuele Donalisio, appena 28 anni ed esperienze importanti al Waterside INN (tre stelle michelin) e poi in giro per il mondo. Ora è arrivato in questo locale elegante dove propone una cucina creativa e curata nella presentazione. Ci torneremo alla prima occasione per raccontarvi dei piatti. Intanto comunque lo segnaliamo agli appassionati.
Presentazione de L’Altro Vissani del Bellevue Hotel di Cortina, per vedere il mitico Gianfranco in azione, irrefrenabile con il suo lungo soliloquio. Comunque è indubbio che anche in montagna la cucina è ormai l’attrazione, se non principale, di grande appeal.
Della bellezza del contesto abbiamo parlato nel precedente post, mentre ora arriviamo alla cucina, motivo anche questa di sicuro interesse. In sala ritroviamo un maitre di sicuro affidamento, la cantina è bellissima come struttura, ma da migliorare per i contenuti. La responsabilità dei fornelli è di Antonio Cuomo, origini campane come dice il cognome, ma già da molti anni in Lombardia e quindi perfettamente acclimatato. Come spesso capita con gli chef campani, anche lui vive per il suo mestiere animato da passione incredibile e sostenuto da altrettanta capacità di lavoro. Non ha alle spalle esperienze con chef molto famosi, ma alle inevitabili carenze tecniche supplisce raddoppiando gli sforzi.In cucina sono in pochi e per quello che riescono ad offrire è indubbio che tutti si prodigano al massimo. Antonio inizia e finisce con un festival di assaggi e assaggini, e in mezzo propone una serie notevole per numero e spessore di ricette non banali, volutamente complesse, fin troppo studiate che di certo non vogliono passare inosservate. Il risultato è comunque più che apprezzabile anche se pensiamo che le ridondanze in eccesso portino danno più che beneficio e comunque aumentano il carico di lavoro e il rischio di fare degli errori.
Il Relais San Lorenzo a Bergamo
L’Italia delle meraviglie non finisce mai di stupire. Ecco un pregevole esempio di come si possa trasformare una normale struttura (il preesistente Albergo) in un bellissimo albergo che, confort a parte, e non è poco, ha valorizzato i referti storici di epoca romana e medievale che erano sotto l’attuale livello stradale. Sono stati recuperati e inseriti in un bel percorso a fianco del bar e del ristorante per rendere l’esperienza veramente unica e da ricordare. Di cose così o similari ne abbiamo alcune in Italia, eppure non tutti le conoscono e dovrebbero essere ancora di più valorizzate (pensiamo al Gellius di Oderzo, al Redibis di Bevagna, e ad altri ancora). Applausi quindi a questa nuova realizzazione che per altro è stata portata anche alla Biennale di Venezia.
Sarà forse perchè c’era Gino Veronelli, ma è indubbio che da tanti anni a Bergamo e soprattutto nei dintorni non sono mai mancati i posti giusti per il goloso errante. Negli ultimi anni qualcuno di questi si è forse un pò appannato, ma non è il caso di questa Osteria, in realtà un signor ristorante, dall’arredo elegante, completo di gran cantina e servizio preciso. Stefano, il titolare, non si è mai risparmiato nella ricerca dei prodotti, nel cercare di arrivare a perfezionare ogni dettaglio della sala e della tavola, e adesso può dirsi soddisfatto perchè tutto gira a puntino, non ultimo la cucina che offre una serie di preparazioni di indubbio spessore e ricerca. Certo non tutto è perfetto, pensiamo ad un cappon magro bello a vedere ma meno riuscito per il palato, o a uno scampo troppo caramellato. Ma la media è notevole con alcune squisitezze come i primi (encomiabili anche quelli con la pasta secca), la crema di asparagi e lo shabu shabu e per finire la buona zuppa calda di fragoline con cialda croccante.
E’ bella la nuova location del Papavero che si è spostato al primo piano della stessa casa dove trova più ampio respiro e un ambiente che trasmette una calda sensazione di essere in una casa privata più che in un ristorante pubblico e complimenti a Maurizio Somma che ha realizzato questo bel locale. C’è anche un bello ed ampio giardino che prevedibilmente offrirà un dehor pregevole in estate. In uno dei salottini ci godiamo la fresca cucina di Fabio Pesticcio, stella michelin con un menù desgustazione ampio proposto a soli 40 euro, tra i più convenienti d’Italia. Ma il ricordo è buono non solo da un punto di vista economico, ma anche per la ricerca e il livello dimostrato: piatti pensati e costruiti, serviti con garbo. Rileviamo solo un andamento un pò altalenante, con un ottimo ingresso, la spigola, buono anche il gambero con la liquirizia, un pò meno il cannolo, scendiamo con la razza panata sovrastata dal contesto, risaliamo con un soffice e leggero risotto, seguito da dei tagliolini meno eleganti e da un bel finale di dessert di notevole fattura. Insomma alla fine la valutazione è buona, ma potrebbe essere ancora migliore.
Abbiamo aspettato qualche mese prima di andare a vedere il nuovo locale di Andrea Berton, abbiamo nel frattempo sentito pareri contrastanti, ma tutti concordi nel ritenere questo nuovo locale comunque uno di quelli di cui si parlerà molto e forse sempre di più. La cornice è quella della Nuova Milano che si protende verso il cielo: a noi dà fiducia e ottimismo. L’interno forse un pò freddo, è comunque curato, elegante, funzionale e la cucina occupa una superficie altrettanto grande lungo il lato principale, quello della strada (via Liberazione). Carta dei vini su Ipad con già molte offerte, servizio efficiente, bella la tavola e la serie di piatti, bicchieri e accessori utilizzati. Il menù è originale, si divide equamente tra la proposta di degustazione e quella, più curiosa, che ha come tema il “brodo”. A parere dei più è quest’ultima proposta quella che ha incontrato il maggior favore, e anche a noi è piaciuta moltissimo. Ci siamo fatti portare sempre due piatti, uno del degustazione e uno del brodo e quest’ultimo è sempre stato giudicato migliore. Ma detto questo, anche il menù normale è comunque di livello ed infine un plauso ai dessert, decisamente notevoli dal delizioso predessert alla centrata piccola pasticceria, senza dimenticare l’ottimo pane.
Un tempo ogni chef aveva una nonna di riferimento, qui Emma, alla quale è dedicato il locale, era la prozia. Ma ha lasciato il segno e il sogno di fare un locale ai giovani e aitanti Ilaria e Francesco. L’amicizia con i Roscioli ha completato il quadro e fatto scattare la molla. Eccoci di fronte ad una nuova pizzeria ristorante che è stata già oggetto di lunga maturazione nel lungo parto di attesa che la burocrazia impone. Pierluigi, che già tratta ogni forma di pane Lariano che esce dal suo forno come fosse un pargolo, qui ha riversato amore passione e voglia di cambiare le regole per arrivare ad una pizza romana (quindi sottile e croccante) di grande livello. Le farine sono in parte biologiche e laziali, viene aggiunta una percentuale di farro che lascia in bocca una lunga persistenza amara, per il resto (fiordilatte e pomodori) siamo nell’eccellenza. Un cliente rozzo potrebbe dire che pesa la metà e costa il doppio dell’equivalente che si mangia a Napoli, il cliente fine apprezzerà la ricerca, il mettersi in gioco, il ritrovare (per noi romani) la pizza con la quale siamo cresciuti. Infine, da vicino di casa, un ringraziamento ai Roscioli che ci stanno circondando la nostra casa di cose belle e buone.
