Un tempo venivamo a Gubbio per la Fornace di Mastro Giorgio, un buon ristorante che affiancava l’altro storico della famiglia Rosati, quello sulla collina accanto alla Basilica di Sant’Ubaldo. Giuseppe giovanissimo scelse poi la strada migliore: andare ad imparare il mestiere dove la cosa è più difficile che altrove: a Manhattan. Anni fa l’abbiamo ritrovato da Felidia di Lidia Bastianich e con lui abbiamo fatto vari eventi nella Grande Mela scoprendone le doti. Da qualche anno è rientrato pur continuando ad andare spesso negli States dove conosce uomini e cose come pochi altri. Segue da vicino l’azienda della famiglia Cotarella e con lui brindiamo ai vecchi ricordi con il Sorè, un rosato fresco e piacevole.
Luigi Cremona
E’ bella l’azienda, ma è molto piacevole anche la cena. Un menù uguale per tutti come è tipico negli agriturismi, un menù ben realizzato e presentato con garbo, sia nell’attento servizio di sala che non fa rimpiangere il ristorante di qualità, sia nei piatti, semplici e tradizionali, ma scevri da ridondanze e intingoli di maniera. Il prodotto (quasi tutto proveniente dalla stessa azienda) è messo nel giusto risalto con preparazioni basiche e corrette. Forse l’unico appunto è, come nella visita dell’azienda, la mancanza di comunicazione. Bisogna trasmettere al cliente l’amore, la fatica, l’attesa che c’è dietro ognuno di questi ingredienti. Il lato debole? forse il pane, buono, ma poco acido e i dessert fin troppo basici. Ultima annotazione è per lodare Eleonora e Walter D’Ambrosio non solo per quanto hanno fin qui realizzato, ma per essersi circondati da tanti giovani che hanno saputo ben motivare e che ora ripagano con il loro entusiasmo e la loro allegria.
Non è ancora completata questa struttura aperta da poco all’ospitalità , nel Teramano, a venti minuti dal mare. Manca infatti la piscina e il centro benessere previsti sul retro e la sistemazione di altri manufatti che l’arricchiscono . Ma è indubbio che una volta finita avrà pochi rivali. Ha il respiro dei suoi larghissimi spazi, le 7 camere (5 suites) sono arredate senza risparmio, gli spazi comuni coprono i tre quarti del tutto senza contare l’ampia area dedicata alle cerimonie che è a lato. Completano 70 ettari dedicati alle attività agricole. Come dire domani sarà un piccolo paradiso, ma già oggi è un Relais con i fiocchi.
Un bel successo questa pizzeria lanciatissima che è dovere segnalare. Sono tutti giovanissimi, a cominciare dal titolare Jacopo Mercuro, il che fa ben sperare per un’evoluzione anche migliore, ed è un piacere assaggiare queste pizze leggere (180 grammi la base) e croccanti farcite con ingredienti selezionati e assemblati con abilità. La pizza migliore ci è sembrata l’ultima, con l’ottimo prosciutto cotto di Pork and Roll, ma anche le altre erano più che sufficienti con l’unico difetto di una temperatura di servizio non sufficientemente alta. (errore che si è ripetuto anche sui fritti, per altro anche questi buoni). Ci ha sopreso il finale con una serie di dessert di ottima fattura e gusto, una serie veramente notevole, tra le migliori mai provate in una pizzeria.
Il gran professionista si vede da tante cose, dalla capacità, dalla continuità, dalla lungimiranza nel cercare non solo di proporre la propria struttura, ma tutto il territorio. Tutte qualità che Daniele Zunica ha come pochi e se tanti hanno scoperto che Civitella del Tronto è uno dei luoghi magici d’Italia, pensiamo che si debba in gran parte anche al suo impegno. Tra le sue doti c’è anche l’attenzione ai giovani dei quali si è circondato in sala come in cucina. In quest’ultima Sabatino Lattanzi è arrivato giovanissimo e anno dopo anno è cresciuto, sapendo anche ben sfruttare amicizie e frequentazioni importanti. E questa volta ci ha dato una serie di piatti decisamente notevoli, dall’insalatina di granchio alla buonissima tartara, da un perfetto bottone farcito di storione al gradevole cervo. E’ ancora giovane e quindi il potenziale non è esaurito, ci aspettiamo forse una maggiore attenzione ai prodotti rappresentativi del circondario (che comunque emergono in alcune ricette del menù) e ai dessert, forse la parte più debole della cena. Ma quanto assaggiato già vale il viaggio e si completa con un servizio di sala attento illuminato dal sorriso di Alessandra (dietro la mascherina).
Il nome dell’azienda è insolito, ma significativo. Non facciamo Emergente Vino, ma calzerebbe a pennello a Nat Colantonio e Andrea Quaglia che con scioltezza, ma anche ottima visione strategica, conducono la crescita di questa giovane azienda. Azienda giovanissima, ma vigne di oltre mezzo secolo che fanno la differenza. E questa si vede soprattutto nel trebbiano, che mostra già equilibrio e spessore e nel Montepulciano riserva da una porzione in alto della vigna. Vini quindi da seguire con calma e attenzione.
Anastasia e Manuel, una coppia giovane, piena di idee. Stanno incrementando con una nuova linea di proposte la produzione di olive ascolane e stanno lanciando una nuova serie di vini che si presentano bene e che puntano con giuste ambizioni ad una clientela di prestigio. Dalla piazza Arringo di Ascoli si stanno aprendo al mondo.
Caparbio e capace, determinato e paziente (perché in campagna bisogna saper aspettare) Walter D’Ambrosio è uno dei miglior esempi di come oggi si possa vivere la terra con un rapporto socialmente corretto, sostenibile, e con un ritorno economico che permetta di continuare e proseguire negli investimenti e nell’ampliare sempre di più il progetto iniziale. La sua fattoria didattica è un ottimo modello per tanti, è un esempio virtuoso attento alla biodiversità, al rispetto della natura, all’equilibrio tra le varie specie. C’è un’area animali, un’area orto, ma è il pendio delle erbe e delle piante la parte forse più interessante con una serie di boschetti, cespugli, siepi, macchie mediterranee che alternano i profumi e colori per attirare insetti di ogni tipo e preservare la complessità della natura. Ed è bello sentire la voce di Walter che con pacatezza racconta il tutto come se tutto fosse semplice e banale anche quando non lo è. Manca solo un po’ di messaggio verso l’esterno, verso il visitatore che vuole sapere e che non trova quelle diciture e quei segnali che aiuterebbero la comprensione. Ma a questo si può porre facilmente rimedio.
Finalmente a Terni un bel locale! E lo dobbiamo alla professionalità della famiglia Serva che qui trova puntualmente una conferma. Bello l’arredo minimalista ravvivato dell’uso sapiente delle luci, bello il movimento della sale e salette aiutato dai due livelli che permettono soluzioni diverse alla privacy, bella l’accoglienza e la conduzione della sala tutta affidata a dei giovanissimi. Sono giovani anche in cucina e si danno da fare non poco per proporre un menù articolato tra carne e pesce, che non punta tanto al territorio quanto a presentare una cucina moderna di respiro ampio e a valorizzare le ottime materie prime. Non tutto riesce a puntino anche perché siamo alle prima battute considerando il lungo lockdown intervenuto poco dopo l’apertura. C’è quindi da ben sperare ed infatti torneremo presto. Il piatto migliore? pensiamo ai due primi.
Valerio Di Mattia è un oste nel senso migliore del termine. Accoglie con un sorriso, trasmette calma e serenità, ascolta con attenzione, e dirige con professionalità e continuità questo bel locale sul lungomare. Una sala grande e un po’ squadrata viene comunque ben seguita, mentre dalla cucina arrivano piatti ovviamente di mare, ma dove si cerca anche, con moderazione, qualche percorso alternativo alla tradizionale linea marinara. Il merito crediamo va soprattutto all’innesto del giovane Maicol Capriotti (esperienze da Berton ed altri) che cerca appunto di rinnovare il menù. Il risultato è a volte interessante, altre meno: si parte bene con gli antipastini, in particolare una potente trippa di frattaglie di pescatrice alla quale l’aneto dà indubbio slancio, si scende di livello con i primi fin troppo potenti sapidi e conditi, si chiude con un dessert classico come la torta di rose, non eseguito al meglio. In sintesi un locale che è in fase di evoluzione ed assestamento, ma che ha del potenziale da esprimere.






































































































































































































































