Dal nome che evoca Proust e la Francia, alla sala nobile ed elegante, dall’impostazione del menù alla mise en place si capisce subito, ancor prima di assaggiare i piatti, che le ambizioni ci sono. D’altronde l’albergo è stato completamente rinnovato e punta in alto, l’arredo pure, e a nostro giudizio il plauso va alla splendida sala eventi che ospita anche la prima colazione. Il servizio un pò formale è ben diretto da Luigina Calò e vivacizzato dalla spigliata Imane, in cucina è Stefano Sforza, giovanissimo con esperienze importanti anche da Alain Ducasse e buon ricordo lasciato a Emergente di un paio di anni fa. La sua cucina è ambiziosa quanto i presupposti con piatti classicheggianti e un menù che enciclopedicamente vorrebbe forse presentare l’intero scibile gastronomico. Ogni piatto accoglie decine di ingredienti con un risultato finale di largo encomio per la fatica concettuale e pratica di realizzazione, ma che ha anche il risultato di affaticare il palato ed il cliente per il tour de force al quale viene sottoposto. Da uno chef giovane e pieno di qualità come è Stefano Sforza, visto anche l’ampio bagaglio tecnico sfoggiato, ci aspetteremmo una cucina più leggera ed incisiva. Ma detto questo qui si mangia ad un livello di sicuro interesse e per giunta con un rapporto prezzo qualità interessante visto anche il contorno, l’ambiente e la classe del contesto. I piatti migliori: un coraggioso cervello e soprattutto la quaglia alle prugne.
Redazione Witaly
Meribel fa rima con Noel e qui in Alta Savoia il Natale trova il suo ambiente, salvo la neve che per ora non c’è. In compenso ci sono i visitatori che vengono un pò da tutti i paesi europei con maggioranza di inglesi (oltre ovviamente ai francesi), ed è bello vedere tante famiglie unirsi a cantare alternando le due lingue seguendo la traccia predisposta dall’Ufficio del Turismo. La piazzetta è chiusa e anche se siamo a 1600 m, lontano sembrerebbe dal mondo, intorno c’è la Gendarmerie che controlla. Speriamo comunque che il segnale di pace del Natale arrivi lontano. E auguri a tutti di un sereno e tranquillo Natale.
E accanto alla Finale Europea del Bocuse d’Or un altro importante evento arriverà a Torino: la Finale della Coppa Europa di Pasticceria. Questo è il logo di Lione 2015, quando l’Italia arrivò prima con largo margine!
EUROPEAN PASTRY CUP 2018: HEADING TO ITALY!
For the first time the European Pastry Cup – European selection of the Coupe du Monde de la Pâtisserie 2019 – will be held on June 10th, 2018 in synergy with le Bocuse d’Or Europe in Turin at the heart of the Piedmont region of Italy.
Turin will most certainly stand as the European capital of Gastronomy 2018 as from June 10th to 12th, 2018, Gourmet Expo Forum will host two of the most prestigious contests in pastry and culinary arts: the European Pastry Cup and Bocuse d’Or Europe.
After a first edition in Paris in 2012 followed by two editions in Geneva in 2014 and 2016, for the 2018 edition the European Pastry Cup has chosen Italy, a country famous for the savoir-faire of its ice-cream makers and pastry chefs. With a victory in 2015, Italy is the latest country to have won the world finale of the Coupe du Monde de la Pâtisserie. They had already won the Trophy in 1997 and have also reaped two silver medals and three bronze medals. With an uninterrupted presence on the podium between 2009 and 2015, it seemed only natural for this great gourmet nation to host the most important European contest in pastry art.
The European Pastry Cup is the European final and qualifying event that serves to determine the 3 teams that will take part in the world finale of the Coupe du Monde de la Pâtisserie in January 2019, which is held as part of the Sirha trade exhibition in Lyon, France.
This contest is one of the most challenging events in the selection process and previous editions have highlighted the talent of new nations in pastry art such as Sweden, United Kingdom or Denmark!
In the future the European Pastry Cup will become a travelling event, moving every two years around the Europe of sweet delicacies!
Aqua Crua di Giuliano Baldessari
In solo un anno è cresciuto e come, per maturità e varietà di soluzioni. E’ già un piacere ritornare in questa sala, un pò come se fosse un classico, con la sicurezza che si mangerà bene, e invece poi abbiamo mangiato meglio, e con una lode anche per la sala, giovane e agguerrita. La lunga esperienza alle Calandre ha formato le basi tecniche, il carattere e la passione hanno poi ampliato l’orizzonte. Oggi Giuliano padroneggia ingredienti tradizionali, azzarda abbinamenti particolari, incuriosisce con elementi inconsueti soprattutto tratti dal mondo vegetale. La prima parte del pranzo, quella dei divertissements, è stata di alto livello, molto giocosa, dove ogni cosa era un trompe d’oeil, un piccolo inganno indovinato e curioso, in crescendo fino al pezzo migliore: l’acqua cotta. Una frenata il risotto per noi troppo mantecato e poco profumato nonostante la presenza del garofano indiano, e il carpaccio di ricciola un pò coperto dal tamarindo. Poi si ritorna in alto con il piccione e l’ottimo finale: la crema al nero è veramente travolgente. Il tutto servito in tempi veloci e precisi a testimoniare l’alta coesione di questa brigata dove citiamo anche il sous chef Federico Zambon e dove anche il pasticciere andrebbe citato.
Vio e famiglia (moglie e figlie) non passano inosservati. In questo piccolo borgo, Bastia, posto appena fuori il casello di Albenga, hanno moltiplicato anno dopo anno le loro attività: prima il vino, che da oltre venti anni è biologico, poi l’olio e ultime le erbe aromatiche che preparano e confezionano nello stabilimento al centro dei campi. E accanto alla campagna è cresciuta l’ospitalità con una serie di appartamenti puliti e funzionali dove spicca il largo utilizzo della pietra. Ma attività a parte, colpisce la passione, la simpatia, il calore che trasmettono all’ospite. Insomma se passate da Albenga si impone la sosta.
Mancavamo da tempo e ritroviamo il locale rinnovato, più moderno e piacevole, e la famiglia coesa e ben focalizzata sul lavoro. In sala mancava Viviana, ma il figlio Gabriele ha un bell’impatto con la clientela (informale ma attento ai dettagli che contano), in cucina Fausto propone una cucina di territorio ripensata secondo stimoli e dettami più moderni. Alcune cose sono decisamente buone: le panelle, la focaccia, l’originale microbollito, una sontuosa buridda. Meno convicenti i primi, di buon ricordo i dessert. Abbiamo evitato però la linea funghi che qui va’ per la maggiore come testimonia anche il bellissimo cesto di porcini e ovoli che ci ha accolti all’ingresso.
Dopo la degustazione la cena e per l’occasione Iside e Romano hanno preparato una sontuosa cena da grandi rossi, mache è iniziata con due annate di Fiorano abbinate la prima all’uovo alla carbonara (un piatto un pò pasticciato) e al migliore ma non facile risotto allo zenzero e animelle. E qui il Fiorano bianco secondo noi ha dimostrato in pieno le sue qualità. Più semplice il percorso del Fiorano rosso, che tra gli ottimi tortelli di piccione e i due piatti di caccia ha trovato la sponda ideale. Bella chiusura con i dessert e le tante dolcezze di accompagnamento e lode anche al panettone della casa, la prima volta che Iside ci provava, e devo dire con successo. Una bella serata davvero, grazie anche ai colleghi e commensali con i quali è stato un piacere ritrovarci e farci gli auguri sotto l’enorme albero di Natale che era stato allestito.
A colpi di nobiltà, tanta roba dal Castello ai vini. Partiamo dal borgo, Trevinano, al confine con la Toscana, un piccolissimo borgo senza negozi, con soli 60 abitanti, casette costruite su un imponente blocco di roccia, dominato da un Castello grande quanto tutto il paese. A dicembre è un piccolo presepe, e il Castello si ammanta di suggestione e di leggenda. Da oltre mille anni esiste, come anche (anzi di più) la famiglia che da un secolo è proprietaria: Boncompagni Ludovisi. Che ci accoglie e ci presenta i suoi vini, le mitiche etichette di Fiorano, antesignano del Sassicaia grazie alla lungimiranza di Alberico, nonno dell’attuale Principe. desideroso di voler bere bene e che alle porte di Roma, nella sua estesa e storica azienda, piantò quasi ottanta anni fa i vitigni francesi (cabernet sauvignon, merlot, semillon) che Lui amava. Lunga ed emozianante è la storia che ci porta ora a questa più recente produzione che punta a rinnovarne i fasti. Contempliano le dieci annate, e non è solo contemplazione: si assaggiano con partecipazione e concentrazione, si ammira la capacità del vino ad essere diverso ad ogni annata, quasi a volerci confermare che la qualità ha mille facce, quando il terroir ha tanto da raccontare. Annate preferite? il 2010, il 2007, il 2006.
E’ uno spettacolo la veduta da Villa Caravena: siamo in Valpolicella ad oltre 500 metri, con le vigne a fianco e soprattutto in basso, quelle storiche della Poja, della Grola, del Monte dei Galli e del Fieramonte che nel futuro farà molto parlar di sè. E di villa in villa, dalla Caravena bellissima ma da ristrutturare al Palazzo della Torre che invece accoglie in modo regale, a pianta romana con le sale intorno all’atrio centrale. Sale che si fanno notare per l’arredo e per gli originali camini. Conoscevamo abbastanza bene la produzione della Valpolicella, ma non i vini toscani, Bolgheri e Montalcino, che si fanno veramente apprezzare e dobbiamo ringraziare Marilisa per averceli fatti assaggiare con cura. In una linea di assoluta piacevolezza, spicca il Dedicato a Walter 2011, un cabernet franc in purezza, veramente superbo. La sera il caldo conforto della Valpolicella accompagna i piatti del giovane chef del Palazzo, Diego Speri, del quale citiamo i buoni gnocchi con pioppini. Ma il vero accompagnamento l’abbiamo avuto da Franco Allegrini, che non conoscevamo e che è stata una vera e positiva sorpresa.
Con Roberto Astuni e Luca Chenet visitiamo uno dei miglior caseifici di pianura. Il latte viene raccolto nelle zone limitrofe, e subito poi lavorato nelle due tipologie del latte termizzato e crudo (con la seconda si lavora il grana e l’asiago allevo). I numeri sono notevoli, ma la qualità pure e viene messa grande attenzione a tutti i dettagli. Uno dei loro prodotti è il celebre Collina Veneta, primo formaggio d’Italia solo pochi anni fa.
