Alle prime colline subito fuori Casteggio ecco subito le vigne, e , lasciando appena la strada principale, arriviamo alle Prime Alture: vigna con belle camere e un bellissimo ristorante aperto sul panorama dell’Oltrepò. Sotto è la cantina, compatta e sede di una serie di cene con chef “amici”, sopra il giovane Mariglent, origini balcaniche, propone piatti giudiziosamente semplici e legati al territorio. Ci rilassiamo brindando con i vini dell’azienda, le bollicine, il bianco e il rosso, nomi semplici e diretti ai quali corrispondono altrettanto buoni vini. Tra i piatti il migliore è la spalla delicatamente cotta, di buon sapore e ben accompagnata dalle verdure.
Redazione Witaly
Tra le tante associazioni di ristoranti Le Soste si distinguono per la durata – siamo al 35simo anno – e la qualità (c’è veramente l’eccellenza d’Italia e non solo).
Serata di gala a Palazzo Serbelloni con l’entrata di 5 nuovi ristoranti: il “Christian&Manuel” all’interno dell’hotel Cinzia di Vercelli, capitanato dai fratelli Costardi; il Vun all’interno dell’hotel Park Hyatt di Milano, chef Andrea Aprea; l’Inkiostro a Parma, chef Terry Giacomello; La Bandiera di Civitella Casanova (Pescara) chef Marcello Spadone; il Krèsios di Telese Terme (BN) chef Giuseppe Iannotti. A loro sono stati affidati i 5 piatti della cena animata anche dalle numerose premiazioni dove spiccavano il Premioa Beppe Palmieri restaurant manager della celeberrima Osteria Francescana di Modena, assegnato da Cantine Lunelli Trentodoc Ferrari Spumante per la Migliore Ospitalità di Sala, mentre Allegrini ha assegnato il premio alla carriera ad Aimo e Nadia Moroni, mentre il premio all’Innovazione è andato ad Enrico Crippa del “Piazza Duomo” di Alba, direttamente dalle mani di Franco Ziliani della Berlucchi in Franciacorta. Anche il mondo del web è pura innovazione e il premio “Blog dell’Anno” è andato a “Gnam Box” da Champagne Pommery che ha doppiato con il “Premio Experience” alla migliore selezione di Champagne andato al ristorante “La Pergola” di Roma. Premiato anche un vino, la tenuta biodinamica “Mara” scelta dall’Aspi (associazione della Sommellerie Professionale Italiana) direttamente dalle mani del presidente, Giuseppe Vaccarini.
E’ stato un momento d’incontro per tutto il mondo della ristorazione, magari sarebbe bello crearne altri, non solo a Milano…
Il lunedì è sempre il giorno clou dove i personaggi più importanti della ristorazione entrano nell’arena, per ritrovarsi e farsi anche vedere. e’ il giorno dei grandi chef, è il momento di Bottura che chiude la mattinata del convegno con il suo messaggio: Il cibo è arte. Una breve sintesi che parte dal Rinascimento (il Polittico di Piero della Francesca) per arrivare ai giorni nostri e lanciare un messaggio: il nuovo Rinascimento italiano è in atto e si deve alla cucina italiana. Un messaggio forte, ottimista, che va oltre l’orizzonte dell’Osteria Francescana per farsi carico del fardello di tutti coloro che vogliono il meglio e operano al meglio. Un bel messaggio davvero, completato dal secondo round dedicato alla sala. Insomma tante buone parole, molti propositi, e tanto orgoglio: l’Italia della ristorazione ha mostrato i muscoli.
Grazie a Noidisala la “sala” sta ritrovando la sua giusta attenzione. E con grande piacere brindiamo a loro in questo piccolo evento organizzato al Ceresio 7, un bellissimo roof restaurant di Milano, dove tra l’altro la sala è eccellente. Bollicine e assaggini, per un aperitivo movimentato e piacevole.
Solo due ore, ma a dir poco intense quelle passate ieri a Identità Golose. Sul palco Heinz Beck con passione e foga metteva l’accento sul cibo come fonte di salute e benessere, e intorno tutti praticamente cucinavano, chi nelle sale a latere, chi negli stand. E tanti gli incontri, con chef e colleghi che magari vediamo spesso, ma che si rivedono con piacere, e altri che invece vengono da lontano, come Giorgio Nava. E oggi sarà una giornata ancora più ricca.
Un dream team alla guida di questa Osteria: Luca Gardini in sala e i fratelli Leoni in cucina! Poteva nascere un ristorante stellato, e invece puntano tutto su questa Osteria, di nome e di fatto, senza falsi messaggi. Siamo al limite del centro storico, vicini alla chiesa di San Domenico. Un piccolo dehor all’ingresso con dietro una saletta e un tavolo, poi si scende (volendo) nel basement, o meglio si sale al primo piano per trovare due salette ben arredate, in semplice stile marinaro, con parecchi tavoli, acustica migliorabile, illuminazione diffusa. L’ambiente è da trattoria, ma qualcosa di speciale si avverte subito: la scelta dei vini non è banale (ovviamente quando parliamo di Luca Gardini, un vero fenomeno del mondo dei vini), i prezzi ragionevolissimi. I piatti sembrano un pò frettolosi, senza particolare cura nella presentazione, ma la differenza la si nota poi subito nella qualità della materia prima utilizzata (il pescato migliore e saporito dell’Adriatico) e nei riusciti abbinamenti dello chef, Marcello Leoni, al quale non manca tecnica, classe ed esperienza. I classici tortellini rivivono splendidamente nel brodo di pesce, la crema di lenticchie si ravviva con i totanetti, i tagliolini con garusoli meritano la lode. Ovvio, nella velocità di esecuzione (il locale è sempre pieno, e la brigata un pò stringata) qualcosa ogni tanto si perde (le canocchie troppo gratinate, gli gnocchi con troppo formaggio di fossa, il brodetto di scorfano un pò pesante), ma nel complesso è da lodare l’impegno, il rapporto prezzo qualità, il non cercare la stella, quanto una formula più conveniente e appagante per un largo pubblico di appassionati.
La Locanda del Gambero Rosso ha lasciato il segno nella storia della nostra ristorazione. Tre generazioni, da Nonna Dina a Giuliana, da Giuliana a Michela. Una discontinuità: poco più di un anno fa quando la locanda ha chiuso la sua storica sede a San Piero, per poi trasferirsi qui in città, in questo bellissimo palazzo proprio nel centro di Forlì. Eataly occupa ben 4 piani e loro hanno preso in mano le varie proposte di ristorazione, dall’enoteca all’angolo della pasta, dalla pizza al bistrò. Ma il menù dell’antica Locanda rivive compiutamente al terzo piano, nella Trattoria da Giuliana, dove Giuliana Saragoni è (quasi) sempre presente, dove la brava Halyna ripete fedelmente le sue ricette, dove Paolo e Michela in sala accolgono con quella familiarità e simpatia che è stata il grande valore aggiunto della trattoria. Certo, c’è qualche merletto in meno, ma i tempi cambiano ed anche questo posto è gradevole, pur se meno romantico, e, cosa importante, le ricette sono sempre quelle.
Yugo (fusion in giapponese) è forse il primo tentativo di ristorante “fusion” a Roma. Le ambizioni non mancano, pensiamo alla location (in un albergo a 5 stelle), all’allestimento curato, all’illuminazione ad effetto, e soprattutto allo chef che c’è dietro a questo progetto: Anthony Genovese, come dire uno dei migliori chef della Capitale, ben noto appunto per il suo amore per la cucina orientale. Le premesse ci sono quindi tutte per fare di questo locale un locale di successo di pubblico e di critica, e siamo i primi a sperare che tali promesse saranno mantenute. A noi l’ambiente è piaciuto, lo stile del locale pure, il servizio è disinvolto. venendo alla cucina la mano di Anthony traspare nella varietà e qualità degli ingredienti utilizzati, nell’abilità di certi accostamenti. Ma ci sembra che il percorso sia ancora da affinare in termini di presentazione, dimensione degli elaborati ed equilibri gustativi. Buonissimi i dumpling di maiale, pesanti i bun di anatra, fin troppo contrastato il crudo di scamone, forse troppo sfumato nelle rape dolci il tataki di un ottimo salmone.
Si è avvicinato, di qua dal Tevere, il nuovo Pianostrada, lì dove un tempo era Zoc. Era carino già prima, ora ci sembra ancora più attraente e il risultato si vede dal successo: ogni sera praticamente soldout. L’anima è al femminile: quella di Paola Colucci, con le figlie Flaminia ed Alice, e di Chiara Magliocchetti. Si può scegliere tra i tavolini ed il lungo banco con affaccio sulla cucina, oppure nella bella stagione l’ampio dehor sul retro. Si può scegliere anche dalla carta, fin troppo onnicomprensiva che alterna piatti da “street food” a quelli da ristorazione con qualche ricetta non priva di ambizioni. Ed in effetti i piatti sono ben presentati, il servizio curato ed i prezzi sono di conseguenza leggermente lievitati rispetto a prima. I troppi stili secondo noi mettono un freno all’identità del locale, ma accontentano di sicuro una vasta clientela. Tra gli assaggi meglio il coniglio dell’hamburgher di baccalà, meglio la cicoria del carciofo.
Prima con Andrea Aprea, ora con Salvatore Bianco, il Comandante resta la punta della cucina creativa in città, con indubbia continuità di stile e di rigore. L’ambientazione è sontuosa, l’atmosfera intrigante sospesa a metà tra il lusso della sala e l’illuminazione da locale notturno, il panorama bello in attesa di diventare splendido (quando il porto sarà definitivamente rinnovato). Dentro c’è un gran lavoro, in sala con un’equipe curata da Alfredo Manzoni e Mario Vitiello che è impostata secondo un protocollo (fin troppo) rigido che cerca di prevenire ogni problema e curare ogni dettaglio (poi magari qualche sbavatura capita comunque). In cucina Salvatore non è da meno. Lo aiutano Roberto Boemio e Francesco Citterio, coadiuvati da uno stuolo di aiutanti, indispensabili per portare avanti l’enorme lavoro che viene richiesto: basta pensare al pane (grissini sottili, taralli, pane a lievito madre, e vari tipi di pane di tutti i generi che accompagnano le varie portate), agli stuzzichini iniziali (praticamente perfetti con il baccalà in evidenza), alla sequenza dei piatti (non ce n’è uno diciamo normale, sono tutti articolati, con la presenza di un numero elevato di ingredienti, ricercati nella presentazione), alla ricerca dell’effetto o comunque della curiosità (con un rimando continuo dall’ingrediente ricco a quello povero, dall’ingrediente locale a quello esterofilo). Il tutto è affascinante, ma anche un pò stancante perfino per un palato allenato, anche perchè il percorso scelto è impervio e la discrepanza tra aspettative e gusto finale inevitabilmente affiora lungo la degustazione. Chiudiamo con un suggerimento (di semplificazione per quanto sopracitato) e una lode, alla pasticceria davvero bella e anche buona (ad opera della giovane Tonya Centoducati).
