Un’altra bella terrazza, che non conoscevamo, arricchisce la serie. L’occhio rimbalza di cupola in cupola dal Brunelleschi al Bramante in una pace serena che ahimè è rovinata solo dai troppi gabbiani che si sono appropriati dei tetti del centro storico. Sotto è il Raphael, uno degli alberghi più eleganti della Capitale, e qui siamo sul tetto, dove tre terrazze contigue ospitano il ristorante in stagione con doppia tipolgia di offerta (terrazza bistrò e terrazza gourmet, mentre la terza è praticamente un privè). La cucina è sotto accanto alla piccola sala che ospita il ristorante nella stagione invernale. Qui abbiamo conosciuto il giovane e bravo Ettore Moliteo, allievo di Pietro Leeman che è dirige da lontano questa cucina. Ed ovviamente parliamo di cucina vegetariana e vegana che trova in Leeman il suo cultore più bravo e famoso. Ed in effetti confermiamo, non siamo vegetariani, ma qui si mangia proprio bene, una cucina elegante, moderna e leggera che non ha nulla da invidiare ad altre tavole. Una serie di piatti uno più buono dell’altro con la terrina di carote al vertice (anche per la bella presentazione), e dove l’unica nota negativa và al fritto leggermente unto. Una lode va anche al servizio, veloce e attento di Barbara e Gianmarco, che si dividono tra i vari livelli senza perdere colpi e distribuendo consigli e sorrisi.
Ristorazione&Ospitalità
Resiste a tutto, agli anni (1880) e al terremoto, un pò come la Fortezza che domina il bellissimo borgo e che si arrese perfino dopo la caduta del Regno. Gli Zunica insomma sono gente tosta, come Daniele, attuale titolare che ha ulteriormente rafforzato e consolidato la fama di questo storico locale, e che nonostante l’età (della struttura, non di Daniele) non guarda indietro ma in avanti e da alcuni anni ha investito sui giovani e in particolare su Sabatino Lattanzi, lo chef a sua volta è contornato da altri giovani. La cucina di conseguenza si è affinata, lasciandosi indietro gli orpelli di una tradizione decadente buona solo a riprodurre senza convinzione ricette datate, ma cercando sia nella ricerca della materia prima che nell’elaborazione successiva, di presentare piatti fedeli al territorio ma piacevoli e stuzzicanti. Certo non tutto è ancora al top, ma il pranzo propostoci dopo la due giorni ascolana che ha avuto al suo centro la grande serata di Massimo Bottura, è stato più che lusinghiero con l’anatra al top, e il dessert un pò banalotto come piatto meno significativo.
Un bell’albergo questo Palazzo dei Mercanti a breve distanza dalla piazza del Popolo. ti prendono valigie, auto, ti portano la ciotola del cane, con naturalezza senza che tu debba mai chiedere. Il tutto è piacevole confortevole, con qualche nota curiosa, come la prima colazione un pò rustica (per un 5 stelle), ma alla fine anche questa funzionale.
Non ci sarà la vista panoramica di una terrazza romana, ma l’aria condizionata assicura una temperatura ideale, la sedia una comodità perfetta, i tavoli sono a distanza rassicurante, i vini alla giusta temperatura e serviti nei migliori bicchieri in circolazione. Insomma che questa sia una gran sala ce lo dicono i fatti e non solo la presenza di Pipero (con le stampelle per un incidente, ma sempre vispo e attento ad ogni dettaglio). La sala è senza orpelli, essenziale nei contenuti. La cucina è affidata al giovane ed esperto Luciano Monosilio cresciuto con i consigli di Pipero (al quale non difetta il palato). Ma questa volta non c’è ed è Davide Puleio, il suo braccio destro, a dirigere la brigata. Cucina che si conferma tra le più interessanti della Capitale, con una serie di piatti ben congegnati e riusciti, dove, rispetto alle esperienze precedenti, magari si rincorre un tantino di più il gusto con qualche nota rotonda, a volte ridondante, rispetto all’essenzialità esemplare di certe preparazioni. (Ma secondo noi l’ideale sta in una giusta alternanza tra succulenza e minimalismo). I piatti migliori? secondo noi l’anguilla e il capretto (accompagnato da un kebab esemplare). La cosa peggiore? il cestino del pane.
Qui c’è tanta storia, sia quella ufficiale che inizia dai resti risalenti al paleolitico (e c’è anche un piccolo museo) a quelli di epoca romana (la via Julia Augusta), ma qui è stata scritta anche una pagina importante della storia della ristorazione italiana. Il merito in larga parte va a Giuseppina Beglia, che negli anni ottanta (e novanta, ed oltre) fece conoscere al mondo questo ristorante (Balzi Rossi, una struttura modernissima con terrazza che prese il posto del vecchio Restaurant Des Grottes) con la sua cucina ligure elegante che di certo non sfigurava di fronte ai tanti turisti che arrivano dai celebri ristoranti stellati della Costa Azzurra. Per tanti anni i Balzi Rossi è stato il miglior biglietto d’ingresso della rampante Italia gastronomica, perdipiù a cento metri dalla nazione più orgogliosa e titolata. Poi un declino e la chiusura, fino al passaggio di proprietà, che ha consentito una ristrutturazione e la riapertura. I nuovi proprietari vengono da lontano (da Mosca dove per altro c’è un altro Balzi Rossi che gode di ottima fama), ma hanno avuto il buon senso di richiamare Pina Beglia che è nuovamente quindi a casa. In sala è la figlia Rita, gentile e brava con accanto (anche nella vita privata) un esperto come Franco Baracca, maitre e sommelier. In cucina è da qualche tempo Enrico Marmo, giovane, nemmeno trentenne, esperienze importanti presso Cracco e Palluda. Ha una bella mano, fresca e contemporanea, e la lunga declinazione dei piatti ne conferma le doti. Piatti senza troppe sbavature, che puntano a valorizzare l’elemento primario. La linea più ligure trionfa negli ottimi stuzzichini iniziali e nei ravioli al prebuggiun, quella più classica con il foiegras, un delicato nasello, il piccione. Meno ci hanno convinto il crudo di seppia e un pagello fin troppo coperto, ed è buona anche la chiusura con dei golosi dessert. Il confine più gourmet del mondo annovera da una parte il Mirazur, dall’altra questo Balzi Rossi, in poche centinaia di metri.
Un locale che si conferma sempre ben ideato e gestito sotto tanti punti di vista, d’altronde la profesisonalità della coppia dei titolari (Alessandra in sala e Andrea in cucina) è fuori discussione. Lui è abile nel coniugare mare e orto dandogli un giusto tocco di accento ligure, Lei coordina la sala con occhio attento e sorrisi. I prezzi sembrano elevati, ma il menù degustazione (5 portate a 45 euro) è un invito imperioso che anche noi abbiamo seguito. E la cucina non delude, piena di sapori scattanti, che abbiamo apprezzato sopratutto negli antipasti e nel secondo, mentre i due primi, due paste ripiene, ci sono piaciuti di meno, con le due farce che passavano in secondo piano rispetto all’intingolo esterno. Però Sarri rimane un riferimento importante e da non perdere nel panorama ligure, tutto sommato fin troppo tranquillo.
Il quasi deserto gastronomico che si stende tra Frosinone e Caserta, comincia a riservare qualche buona sorpresa. Qui siamo in un paesino all’interno di Cassino, in un locale di sicure ambizioni. Lo testimonia l’investimento (varie belle sale ricavate in quello che un tempo era un frantoio), la qualità dell’arredo e del servizio. Il tutto si deve ad una giovane coppia che in questi mesi ha deciso di cambiar vita, aprire un ristorante, sposarsi e fare un figlio, scusate se è poco! Come dire che a Stefania e a Mario il coraggio non manca. Lui comunque era già sceso in campo, cioè nella ristorazione, nel ristorantino di famiglia, la Tinaia al centro di Cassino. Ma andando a curiosare in giro erano nate le ambizioni. Oggi ce la mette tutta ovviamente con il desiderio che traspare di lasciare il segno. La cosa positiva è che non perde il senso della misura: i piatti si mantengono di pochi ingredienti, senza troppe salse e ricerca di effetti speciali, ricercando una presentazione moderna, una leggerezza opportuna, un equilibrio naturale. Manca secondo noi ancora il tocco che fa la differenza, ma c’è da dire che Mario Di Vito è ancora molto giovane e quindi potrà sicuramente migliorarsi. I piatti migliori ci sono sembrati i due primi: un originale spaghetto con i broccoli e un risotto ben ideato. Meno ci ha convinto un calamaro un pò gommoso e un’orata un pò troppo cotta e coperta dal contesto. Però oggi il goloso errante sa che nel deserto c’è un’oasi golosa e serena.
Un pò defilato, quasi nascosto all’interno di un loft, ma appena dentro si capisce che che l’esperienza sarà particolare. Ce l’anticipa un ambiente dove il monocromo bianco non sembra nè spoglio nè ospedaliero grazie ad una elegante trama trasparente che fa intravedere la cucina e che dà un tocco di finezza al contesto ravvivato anche da un giardino interno. E’ il nuovo (ormai da un anno) regno di Luigi Taglienti, che in poco tempo non solo ha ripreso pienamente la sua collocazione milanese, ma si sta distenguendo ancora più di prima, se possibile. La pausa gli ha fatto bene, e lo ritroviamo più maturo, con una linea di cucina, dalle radici liguri (Lui è di Savona), ma che ha l’ambizione di dialogare al mondo. Con molto più equilibrio di prima spazia tra le note acide e dolci, senza asperità, senza tentennamenti, senza ridondanze. Su ogni piatto arriva quello che ci deve stare, senza uno sbaffo in più, e pensiamo che siano pochi ad essere così talebani in tutta Italia. Il pane è da sballo, gli stuzzichini iniziali innovativi e divertenti (difficile scegliere il migliore, forse l’acqua limone olio e liquirizia). Nella sequenza di indubbio effetto e classe, alcune piccole note a margine: poca callosità nei ravioli di zucchine, panatura fin troppo evanescente nei filoni con il pompelmo (ottimo comunque l’abbinamento) e forse troppa rapa rossa nel dessert. Anche la sala è competente: Luca Pedinotti si avvale di Lorenza Panzera e Federico Recrosio, mentre citiamo almeno Saverio Piccolo, il braccio destro di Luigi Taglienti. E ringraziamo dell’invito Marco Bruzzi, titolare della struttura, visibilmente contento di come stanno andando le cose.
Al centro della cittadina, all’angolo della piazza, ecco Gerani. Piccola l’entrata che è proprio accanto alla cucina, e si entra subito in una sala squadrata e moderna. E’ il regno di Giovanni Sorrentino, chef ancora giovane ma già di buone esperienze, che da qualche anno con la moglie Regina (in genere in sala, ma assente alla nostra visita) ha aperto questo piccolo ristorante. Cucina corretta di territorio, presentata in modo tradizionale senza alcuna ricerca estetica, ma più moderna nei contenuti: i condimenti sono alleggeriti, e la mano dello chef si intravede qua e là. Piccola carta di vini in linea con quanto proposto, e il tutto a prezzi di indubbia convenienza.
Vedi Villa Cimbrone e poi? Il portone d’ingresso ti fa percepire che you are entering in a different world, il parco che man mano si assottiglia fino a terminare nella terrazza sulla punta è la sorpresa che ti toglie il fiato, come il panorama che man mano ti avvolge sempre di più. Alle spalle la Villa, bella, importante ed articolata cela anche un bellissimo piccolo chiostro che fa quasi da anticamera al ristorante. Due scelte: la terrazza più informale e il Flauto di Pan ristorante gourmet che occupa una deliziosa saletta movimentata da due angoli con vetrate. Qui è arrivato da qualche tempo Crescenzo Scotti, ischitano, cresciuto con Nino Di Costanzo, affinatosi dagli Alajmo e maturato al Cappero nell’Eolie. Una cucina professionale e solida, che non rischia gli azzardi e si mantiene su un livello apprezzabile, a farti sognare d’altronde c’è già la cornice del contesto, e avere una tavola accompagna il sogno senza deluderti, è già un bel successo. Piatti di buona materia prima, sostanza e gusto, il migliore? secondo noi il maialino. La cosa meno convincente? la pasticceria, che ci è sembrata di classe inferiore al resto (come anche il pane).
