La famiglia Polzella è decisamente notevole. Sono arrivati qua dalla provincia di Benevento e piano piano hanno costruito una solida attività: albergo con due file di camere ospitali e gradevoli, un ristorante di buona cucina di mare dove la moglie di Antonio prepara i dolci e la sorella dirige con mano sicura, una pizzeria della quale parliamo. Non solo pizza: il Papà cura i campi (di proprietà) uliveti e seminativi, si raccoglie il grano (ed altri cereali), vagliatura a mano ed il mulino di casa prepara le farine. Ce n’è per tutti i gusti, fini e integrali, gluten free ecc.. e ci sono più forni proprio per fare le cose in regola. Antonio sta dietro a tutto questo settore con occhio esperto e tanta passione. Anche sui podotti c’è ricerca come per i vini e le birre, tutte toscane artigianali. Insomma è una pizzeria che non passa inosservata, anche per l’impegno (da prendere ad esempio) che mette nella comunicazione. Si stampa un piccolo giornale in casa, con le notizie sul territorio e sulle varie attività in essere, e lungo le pareti del locale si racconta la storia della famiglia: dalle foto della precedente generazione alle imprese di quella attuale. Bravo Antonio! Per ultimo le pizze, sono buone, ovviamente, con quella gluten free in evidenza.
Ristorazione&Ospitalità
Siamo sul podio della critica mondiale, al numero 3 secondo i 50 Best. Il Mirazur ci accoglie in una solare e calda giornata estiva con grande naturalezza e semplicità, come un ristorante qualsiasi, ma di sicuro si avverte la professionalità nella brigata di sala e una calda accoglienza, merito forse anche della forte presenza di personale italiano che cerca di metterti a proprio agio. D’altronde il Mirazur è la prima casa oltre confine a meno di cento metri dall’Italia. Conosciamo da tanti anni Mauro Colagreco e la sua cucina, che abbiamo visto evolvere nel tempo. All’inizio molto francese come stile con qualche divagazione sudamericana. Ora decisamente più mediterraneee con qualche rimando all’Italia, ma di sicuro la vera svolta è verso il vegetale. Intorno infatti è cresciuto l’orto, anzi due. Al primo, quello che già conoscevamo, sotto il locale fino al bordo della ferrovia, se n’è aggiunto un altro più grande e composito con anche qualche animale da cortile, in alto verso la montagna. Si coltiva un pò d tutto con grande attenzione anche se non c’è la minima ricerca dell’estetica, a vantaggio della spontaneità della natura. E il raccolto quotidiano è alla base di ogni menù proposto. La lettura dei piatti viene scandita dai prodotti in stagione, così nel nostro caso cucurbitacee e in particolare i cetrioli l’hanno fatto un pò da padrone. E non che il menù sia solamente vegetariano: il pesce è spesso presente (in fin dei conti il mare è poco sotto il locale), e anche la carne fa capolino. Ma anche in questi casi il vero protagonista rimane l’orto: pensiamo al rombo messo nell’angolo dalla forza dei peperoni grigliati, e all’agnello di Sisteron pallido ed evanescente rispetto alla salsa alla menta che viene aggiunta. Una cucina quindi volutamente sbilanciata verso il green che mostra notevole creatività nel coniugare le materie prime, spesso ripetitive, a disposizione, e che si segue con grande interesse dall’inizio alla fine. E sono proprio questi momenti quelli che più ci sono piaciuti (gli ottimi stuzzichini iniziali, l’elegante capraccio di albicocca, il bonbon di gamberi di Sanremo e petali da una parte e gli ottimi dessert finali). Ma una citazione se la merita il semplice pomodoro grigliato e l’ottimo guazzetto di patate colorate. Complimenti quindi a tutta la brigata di sala e di cucina e ai tanti giovani italiani che qui hanno l’occasione di confrontarsi con una clientela importante e internazionale in un locale sempre pieno a pranzo come a sera.
E’ un investimento importante, fatto da Santa Margherita all’ingresso del Chianti Classico, e concepito come appoggio funzioanle delle aziende toscane (Lamole di Lamole e Vistarenni) con anche ristorazione e sala eventi per le presentazioni dei suoi vini. Il ristorante, moderno e con il bel nome di Vitique, è anche vetrina dei vini di tutte le tenute del gruppo e di prodotti alimentari selezionati. In sala due giovani come Riccardo Vivarelli e Alessio Mori, ed anche la cucina è affidata a due giovani Dario Nenci (presente durante la ns visita) e Daniele Rossi. Anche la proprietà è giovane: Alessandro Marzotto con il quale dividiamo la tavola e che ci illustra le strategie del gruppo che negli ultimi anni ha avuto una fortissima crescita, grazie molto alle linee del prosecco e del pinot grigio, ma un pò tutte le aziende hanno avuto uno sviluppo positivo. Il tutto senza dimenticare la ristorazione, sia come clientela ottimale e sia anche con questo investimento diretto. La sala è bella, moderna e pulita, il Kettmeir rosato un ottimo spumante, e i piatti arrivano veloci. Per un bistrot senza eccessive pretese, ci sembrano gradevoli e ben presentati. Il migliore ci è sembrato la tartare di ombrina, meno convincente un’animella un pò troppo al rosa.
Il Piccolo Principe a Viareggio
Non si adagia sugli allori (due stelle Michelin), ma si impegna tutta la stagione con iniziative varie, eventi con colleghi (anche grazie alla notevole presenza in Toscana di colleghi della stessa regione di provenienza, la Campania) e da ultimo anche sostegno alla pizza di qualità. Giuseppe Mancino è chef maturo e ben inserito ormai in questo territorio (per altro ben frequentato), segue un pò tutta la ristorazione del grande albergo, ma è indubbio che il cuore è all’ultimo piano, nel Piccolo Principe, che gode di una sua (piccola) cucina, una bella sala e accanto la veranda con vista sul lungomare e sulla spiaggia. Ha a disposizione una brigata numerosa e valida per una carta di giuste ambizioni e classica ispirazione che ricorda un pò le “grande carte” quelle dove c’è un pò di tutto, il crudo e il cotto, l’uovo e le verdure, il riso e la pasta, la pasta secca e quella fresca, il pesce e la carne, anche se essendo sul mare quest’ultima è meno presente. E’ una cucina rassicurante che evita percorsi rischiosi e avventure, ben eseguita in quanto ogni portata ha il suo baricentro e un ricco decoro intorno, che cerca il sapore pieno e quindi incontra spesso il gusto di una clientela che ama la sostanza. A volte il contorno o il fondo di cottura prendono il sopravvento sull’iingrediente principale, ma sono piccole sfasature in un percorso corretto dal quale ci alziamo con generale appagamento, ma con una sola vera emozione: i ravioli di granchio con le lumachine di mare, che vale ampiamente la visita.
Per noi è un grande classico, e ci fa piacere visto che Luca e Francesco li abbiamo visti giocare in cucina (che era piccola e sul retro), quando erano bambini. E poi sono cresciuti e con loro il locale, nato come osteria per i cacciatori ed ora diventato esclusivo ed elegante (con prezzi di riguardo). La sala è classica, elegante, formale come il servizio che offre a Luca l’occasione di mostrare la sua grande conoscenza dei vini, in specie quelli della zona, dove riesce a trovare piccole chicche poco conosciute. Francesco in sala risponde con altrettante classicità, appresa girando soprattutto in Francia e poi evolvendosi ma restando sostanzialmente fedele alle sue radici. Il piccione non manca mai, ed è sempre buonissimo come i tortelli. Quest’anno la lode va ai due antipasti soprattutto alla bella “estate” dai sapori pieni e precisi. Il piatto meno convincente è una fin troppo delicata pasta fresca ai piselli, mentre si chiude bene con una bella selezione di formaggi e un buon dessert al caffè (buona anche la pasticcieria ma di trama un pò comune, più da negozio che da ristorante).
Il posto più “cool” di quest’estate è anche quello forse più improbabile. Siamo in un’area di servizio qualunque all’entrata di Venturina (per l’appunto a mezzo km dal centro del paese) e qui è spuntato quasi per caso (ma in realtà il progetto è stato pianificato nei dettagli) un locale che voremmo trovare sempre nei nostri percorsi come pit stop ideale. Lode alla coppia che è dietro al tutto: Lui, Stefano Sinibaldi, un vero personaggio istrionico, Lei Simona Gaggiolini (aiutata anche dalla figlia Noemi) è nel cucinino e al banco. Lui sceglie vini e prodotti (con competenza) Lei rende elegante il banale: basta provare il prosciutto e melone e la tartare di tonno per capire la differenza. Aperto dal mattino per la colazione a sera tardi, rifocilla autoctoni e viandanti nel modo migliore e a prezzi contenuti. Grazie Giovanna Quilici per averci portato qui.
Piccolo borgo in cima alla collina molto bello da vedere, noto per aver dato i natali a Nino Manfredi come la targa sotto la torre ricorda a tutti i visitatori. In 5 minuti lo vedete tutto e ne vale la pena: tenuto bene, senza fronzoli, ma caratteristico con alcune botteghe accoglienti e questo locale che grazie anche alle camere ne permette una comoda visita e sosta. Merito va alla titolare Daniela Accolla, che ha al suo fianco due giovani cuochi e ragazze sorridenti in sala. Il locale è semplice, la carta dei vini sorprendente per il posto (e per i prezzi moderati), il menù è di pochi ma ragionati piatti, la lista dei fornitori ben evidenziata garantisce una qualtà comlessiva. Ma forse, proprio perchè il posto è gradevole, si potrebbe fare qualcosa di più, gli antipasti ci sono sembrati in effetti un pò basici, meglio i due primi con evidenza dei buoni cavatelli, volenterosi i dessert finali, ottima la focaccia iniziale. Nel complesso comunque il posto merita, ma speriamo che possa fare un ulteriore passo in avanti, conservando l’attuale piacevolezza e il piccolo conto.
Dopo una vita di porzioni cremona ci permettiamo una serata di porzioni extralarge, 40×60 cm, praticamente dei quadri con titolo, presentazione e degustazione. L’insolita cena va in onda al Magnolia, elegante e raffinato ristorante del Grand Hotel Via Veneto, ad opera di Franco Madama e della sua brigata. L’idea non è nuova, Alinea vanta quadri grandi come la tavola per giunta realizzati “live”, ma Franco Madama ne ha fatto un pò la sua bandiera e ora li ha raggruppati in un intero menù. Anche qui le dimensioni possono variare se sei single o in compagnia. Noi eravamo in 3 e ci siamo quindi allargati. L’idea è gradevole, il divertimento assicurato, lo spettacolo non manca e la degustazione aggiunge il suo tono conviviale e confidenziale visto che si attinge tutti dallo stesso quadro. E i quadri sono anche belli, cromatici, e buoni da gustare, segno che lo chef e la brigata lavorano bene e sono ben affiatati. Da un punto di vista critico apprezziamo la giocosità, qualche dubbio suscita il quadro con il risotto, risotto che disperso a dripping secondo noi perde qualcosa. Il quadro migliore (da un punto di vista del gusto) ci è sembrato il “Muschio”, con un livello medio comunque più che buono. Quello che meno ci è piaciuto, forse perchè un pò troppo dolce, il Grano.
Attivissima la famiglia Evangelista: emigrata in America dopo la guerra, là ha costruito la sua fortuna e gestisce attualmente 3 ristoranti di successo a Long Island. Un ramo è rientrato e ha attecchito qui a Cassino: papà Angelo segue con la moglie Rosy e la figlia Serena il ristorante, il figlio Simone si concentra sull’azienda agricola poco distante che fornisce prodotti ortofrutticoli di qualità. “Evan’s” vuole ricordare un pò le origini d’oltreoceano, ma la cucina è italianissima e anche apprezzabile perchè tenta qualche variante con successo come ad esempio con la sfogliatiella di tagliatelle che è il piatto migliore e che merita la lode. Per il resto si va dalla banalità della tartara di gamberi (ma certi piatti sono comunque richiesti) al buon baccalà ammorbidito dal latte e ben accompagnato da una leggera panzanella. Buoni anche gli altri due primi, meglio comunque i conchiglioni dei tagliolini, e si chiude in frenata con una triglia troppo imbottita e un tiramisù non brillante. Ma in sintesi è un locale che merita, dove i prodotti ci sono (verdure e ricotta al top), il pane è buono, l’accoglienza cortese e il prezzo corretto.
Gianfranco Pascucci a Fiumicino
E’ un bel momento per questo ristorante. Migliora la sala con delle luci ad hoc, fluido e preparato è il servizio e la cucina sembra aver raggiunto piena maturità. A Gianfranco diamo il merito di interpretare in modo originale e molto corretto l’ottima materia prima che il mare gli offre quotidianamente. Un esempio è il guazzetto di gamberi e vongole: qualsiasi altro chef l’avrebbe sottolineato con un fumetto sapido per dare maggiore sapidità e andando in direzione di quello che normalmente vogliono i clienti che non capiscono che è un modo rozzo per soddisfare la voglia di mare e và a discapito della materia prima, soprattutto quando è buona come in questo caso. Qui il guazzetto è leggerissimo e di rara eleganza, arriva dopo qualche ottimo assaggio e il piacere continua fino alla fine, tra note ittiche delicate ed effluvi di profumi di foglie odorose ed erbe che spesso accompagnano ed esaltano le ricette presentate, con un esercizio stilistico di alto profilo e giusta misura. Cioè senza strafare con mille ingredienti, senza contaminazioni di orizzonti lontani, a volte improbabili come spesso poi ci capita andando in giro. Anzi a volte l’idea è quasi basica: pane burro e alici, maritozzo alla panna (grazie anche all’indubbia qualità dei prodotti di Gabriele Bonci, amico e fornitore di Pascucci). Del piatto migliore abbiamo detto, il meno buono secondo noi la granseola, leggermente appiattita sulle note dolci, senza un sufficiente contrasto.
