In pochi chilometri cambia il paesaggio e Ascoli diventa sempre più piccola laggiù in basso. Siamo ad oltre 500 metri in questa bella azienda relativamente nuova, tutta di questo millennio. Una vigna scoscesa, lavorazione manuale tutto acciaio per i bianchi (passerina e un buon pecorino che si lascia bere anche dopo due anni). C’è il montepulciano ma c’è anche la curiosità del bordò, un vecchio vitigno abbandonato dal piccolo grappolo e piccola resa, probabilmente una variante della grenache. Recuperato anni fa, con la prima etichetta, il Nobile della Rocca, creata da colui che è oggi il marito di Francesca, la seconda figlia di Nazareno Pantalone, fondatore dell’azienda. Il bordò è quindi arrivato in famiglia da qualche anno con la Ribalta, e dobbiamo dire che è ben arrivato. Invecchia quasi due anni in piccole botti (mezze barrique), ma il legno non si avverte all’assaggio che, dopo un ampio frutto speziato lascia spazio a dei tannini lunghi ancora da sgrezzare dopo 5 anni, (annata 2013), un vino importante e ancora tutto da scoprire.
Redazione Witaly
Daniele Zunica è tra i più noti ristoratori abruzzesi con il suo omonimo ristorante di Civitella del Tronto, che è ormai quasi un’istituzione per le tante attività che ha supportato per cercare di valorizzare il territorio. Teoricamente Ascoli Piceno pur essendo vicina è distante. Il Tronto faceva da confine tra lo stato borbonico e il resto dell’Italia, tra il sud e il centro, tra l’Abruzzo e le Marche. Ma Daniele ha saltato il fosso ed il Tronto conquistato anche dal fascino di Ascoli Piceno che è tra le cittadine più belle d’Italia. Siamo a pochi metri dalla piazza-salotto del Popolo, nel prestigioso contesto di Palazzo Guiderocchi. Qui Daniele ha preso in gestione il ristorante, ha alleggerito le sale con la consulenza di un altro personaggio importante di Civitella, Gino Natoni, e porta la sua cucina che grazie a lui e alla sua coraggiosa scelta di puntare su brigate giovani, negli ultimi anni si è rinnovata ed ora è tra le più felici interpretazioni, leggere e moderne (ma senza strafare) di quello che il territorio suggerisce.
Con una “A” all’inizio sarebbe perfetto, ma pure senza la A il gruppo Ragosta si presenta attraente, omogeneo ed agguerrito. Non sono tanti alberghi, solo 3 al momento, ma come dicevamo ben assortiti e omogenei. Li accumuna il fatto di trovarsi in bei posti (Roma, Costiera Amalfitana e Taormina), di essere a 5 stelle, di curare la cucina. ed è proprio quest’ultima a vera protagonista di una serata ben costruita, anzi esemplare sotto questo punto di vista. Raramente abbiamo visto buffet così curati e disposti con la qualità garantita dall’esecuzione diretta di fronte ai tuoi occhi e con un’abbondanza di proposte rispetto al numero di invitati decisamente inusuale. Pochi credo, e noi tra questi, sono arrivati ai dessert, anche questi offerti in larga copia. Ricordiamo i nomi dei tre bravi chef: Simone Strano di Palazzo Montemartini a Roma, direttore Marco Luzzetti, Francesco Russo dell’Hotel Raito di Vietri direttore Fabrizio Rizza, e Cristhian Busca de La Plage di Taormina direttore Gianluca Taglialegne. Presente alla serata Giuseppe Marchese, direttore generale del gruppo e Lucilla De Luca ufficio stampa.
L’amico Simone Braghetta ci coinvolge in una cena turca. E’ un appuntamento che si ripete ogni anno in questa trattoria tradizionale romana che però è da tanto tempo gestita da Daniele Bonfrisco e Ozlem Uzubdal, una simpatica coppia dove lei è per l’appunto di origine turca. Da apprezzare la simpatia e l’allegria della serata, e anche il cibo, peccato solo servito un pò freddo.
Come si mangiava nell’Antica Roma? Secondo Laura Pinelli e Gino Manfredi ideatori di questa serata, i romani ricchi mangiavano probabilmente bene godendosi le migliori primizie di quei tempi, anche se secondo le usanze di allora si mischiava il dolce con il salato, il crudo con il cotto, il vino con l’acqua e così via e non è detto che un palato moderno si trovasse poi così bene. Forse tutto sommato avremmo meglio condiviso la tavola dei poveri, la stragrande maggioranza, che poteva comunque fare affidamento sul farro, sull’olio e sul pecorino. A riproporci qualche antica ricetta attualizzandola senza perdere l’idea originale, ma cercando di adattarla al gusto moderno sono stati coinvolti tre simpatici bravi e amici tra di loro: Gianfranco Pascucci, Giancarlo Casa e il padrone di casa, cioè consulente del Passetto, Arcangelo Dandini. E le loro ricette si sono alternate alle presentazioni di Laura Pinelli e Gino Manfredi che, nonostante la non facile disposizione dei tavoli dovuta all’ambiente molto allungato, sono state seguite con partecipazione ed interesse dai tanti presenti.
Poker di stelle tra quella di Alessandro Narducci dell’Acquolina e le tre di Chico Cerea di Da Vittorio. Insieme in una elegante cena a Roma, nel bellissimo First Hotel che ospita il ristorante romano. Antipasto eseguito dal vivo, e poi servizio al tavolo anche degli chef con piatti belli e raffinati come la circostanza vuole. Di Narducci abbiamo molto apprezzato la Tracina, di Cerea il risotto e i dessert finali. Una lode al servizio coordinato da Andrea La Caita e al buon lavoro dei cocktail al bar.
Stanislao Porzio è un amico, con lui spesso siamo partner con l’evento di Milano (noi con il nostro festival della gastronomia e lui con Re Panettone). Solo per lui siamo venuti per assaggiare ben 44 colombe! non erano i 44 gatti in fila per tre con il resto di due, della ben nota canzone, ma altrettanto impegnativi. Quasi 4 ore di colombe ben presentate dai ragazzi dell’Istituto Alberghiero Vespucci di Milano che dopo ci ha offerto un pranzo semplice (meno male!) ben eseguito. Questi i pasticcieri delle 10 migliori colombe (assaggiate senza ovviamente conoscerne il nome):
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– Alessandro Dall’Alba – L’Ofelee, via Padre Paolo Arlati 2, Merate (LC)
– Anna Sartori della pasticceria omonima, via Volta 8b, Erba (CO)
– Antonio Daloiso della pasticceria omonima, via Indipendenza 16/C, Barletta (BT)
– Claudio Marcozzi – Pasticceria Picchio, via Traversa Rampolla 2/4/5/8, Loreto (AN)
– Cristiano Pirani – Pasticceria Chocolat, via Cortevecchia 55, Ferrara
– Emanuele Comi della pasticceria omonima, via Cavour 4, Missaglia (LC)
– Gabriele Lolli – Belsito, via delle Rimembranze 29, Serrone (FR)
– Massimiliano Malafronte del panificio omonimo, via Castellammare 162, Gragnano (NA)
– Michele Falcioni – Posillipo Dolce Officina, viale Ceccarini 136, Riccione (RN)
– Salvatore Varriale della pasticceria omonima, via Nuova San Rocco 3 bis, Napoli
La classifica finale sarà svelata nell’evento Regina Colomba il prossimo mercoledì 28
Il locale è semplice, proprio sulla spiaggia, ma poi dentro nasconde qualche ambizione. Anche giustificata perchè il team di guida ha esperienza e talento. Lorenzo De Martin ha girato e non poco, ed ormai è a Dubai da alcuni anni e ben conosce la ristorazione della città con le sue problematiche. Gioacchino in sala è attento e Federico Teresi in cucina, pur essendo giovane ha già maturato soprattutto all’estero (e a Parigi nei vari locali di Ducasse) una lunga e preziosa esperienza. E infatti a tavola arrivano dei piatti elaborati che non ti aspetti in un posto sulla spiaggia senza apparenti velleità. Il piatto meno convincente? una spigola molto cromatica che si perdeva nel mare dei colori e dei sapori, quello più tecnicamente valido il carpaccio di branzino di ottimo equilibrio tra i tanti e non facili ingredienti che erano stati aggiunti. Federico ci sembra che abbia talento, e forse, con una buona immersione di aria di casa nostra, potrebbe poi arrivare lontano.
Siamo tornati in questo bel ristorante, non lontano ma in un angolo di città che è ancora in evoluzione ed attende un albergo di prestigio come il Waldorf Astoria. Qui al secondo livello del building è il ristorante che gode della consulenza dell’Enoteca Pinchiorri. C’eravamo stati all’apertura e lo ritroviamo con l’ambiente rinnovato e più accogliente, specie nella zona bar. In cucina è sempre il giovane Luca Tresoldi che ormai si è ben ambientato e propone un menù generoso di sapori e ricco di contenuti. Per noi è forse un pò opulento, con un troppi ingredienti e intingoli. Comunque i gusti sono centrati e, cosa importante, ai locali questa cucina piace.
Il mondo accelera e anche quello della ristorazione. Bene ha fatto secondo noi Niko Romito a legarsi ad una realtà importante e prestigiosa come quella di Bulgari. Così dopo la prima apertura a Pechino, è arrivata questa a Dubai, alla quale ne seguiranno altre, dal ristorante del Bulgari di Milano (prevista a fine anno) a quelle dei nuovi Hotel Bulgari di Mosca e Parigi. E sono tutte location di prestigio, come questa a Jumeira Bay, quasi a sfidare il Four Seasons che è giusto di fronte che con il Nusr-Et spopola attualmente la scena gastronomica della città. Niko non è solo un bravo chef, ma si distingue proprio per la sua vena imprenditoriale. Riesce ad espandersi con rapidità (pensiamo anche all’altro suo brand, Spazio) anche per la misura e la cautela della sua azione. Nulla è improvvisato, nulla è spericolato, anche nel menù che ripropone i piatti, alcuni a prima vista banali, della tradizione regionale italiana: pensiamo all’antipasto all’italiana, un viaggio di sapori che ripropone alcuni classici consumati nella nostra memoria organolettica, e qui riproposti con un gusto così centrato da far quasi sensazione. E poi arriva un tonno fagioli e cipolla buonissimo, come anche i tortelli di magro e così via. Insomma non si vuole fare WOW, non si pensa all’effetto (che magari colpisce, ma poi svanisce subito), quanto alla solidità del gusto vero e non effimero. Tutto è buono, tutto è volutamente semplice, quasi disadorno, ma ha in se l’eleganza della giusta misura. Il piatto peggiore? forse la spigola, di non ottimale consistenza, mentre il delizioso agnello al mosto d’uva ci ha decisamente conquistato.
