Un ristorante salotto veranda con ampi spazi e vista sulla piscina, un ambiente elegante come l’albergo che gli è intorno. Qui una clientela internazionale si affida ad una copiosa brigata di sala e di cucina per essere accontentata nei suoi gusti oltre che per avere un’esperienza gourmet. Ed Andrea Migliaccio, executive chef aiutato dal suo braccio destro Claudio Mengoni, cerca di accontentarli e ci riesce con molto buon senso ed ottima scelta di materie prime. C’è l’omaggio ai prodotti nobili, naturalmente, ma anche aperture ai sapori quotidiani del territorio e non manca un pizzico di creatività per ravvivare il tutto. Il risultato è altamente godibile, il servizio di classe nonostante i 70 coperti con i quali condividiamo la cena. Tra i piatti in sintesi: il polpo è un pò duro, la triglia un pò troppo dolciastra, ma ci godiamo i buoni tortelli alla genovese di coniglio e l’ottimo merluzzo nero (il piatto migliore). Da segnalare anche il buon finale dolce con una nota di merito al cocktail di frutta, elegante e rinfrescante.
Redazione Witaly
Da anni il Capri Palace rappresenta il vertice dell’ospitalità dell’isola grazie non solo al confort della struttura, ma anche alla qualità dell’accoglienza. Un plus per l’ottima prima colazione, varia e di classe come di rado capita vedere e alla nuova opera di Pomodoro che impreziosisce l’ingresso che, da sacrificato com’era all’origine, ora è diventata una vera attrazione. Direttore Ermanno Zanini, Chef executive Andrea Migliaccio.
Gennarino ha saputo portato il suo stile con giusta misura a cento metri dalla famosa piazzetta. Si respira un’aria rilassante da bistrot moderno con una splendida vista mare, toilettes e cantina ben disegnata, tavoli un pò strettini, anche quelli da bistrot. Cucina con una giusta formula, visto anche il numero di coperti: idee semplici, pochi ingredienti per ricette, ma sapori in genere decisi e mirati senza fronzoli, con il mare che la fa giustamente da padrone, e il palato che si diverte. In cucina l’esperto Salvatore applica con diligenza gli insegnamenti ricevuti e centra spesso l’obiettivo (pensiamo alle tagliatelle di seppia, al polpo con scarola, alle buonissime mezzelune). Piccola caduta con un pesante risotto, e soprattutto nel finale con dei dessert fin troppo banali.
Cambia pelle il Settembrini, uno dei ristoranti più attivi della Capitale. Aprirà a breve l’angolo gourmet, ma intanto continua a macinare clienti ed eventi nel bistrò oggi collegato all’area bar. La cucina è affidata al bravo Atmane Djahraoui che vanta buona esperienza all’estero e in Italia con Dal Degan. E si apre spesso a chef in visita nella Capitale, ieri era il turno di Graziano Priest, del Tivoli di Cortina d’Ampezzo, chef di impeccabile classicità, che raramente rischia, ma altrettanto raramente delude. Ed infatti i suoi piatti, dalla variazione di ricciola agli gnocchi di patate, dal filetto di cervo al dessert, hanno improntaleggera, elegante e centrata sul gusto.
Presentazione del libro di Camilla Baresani alla Libreria Settembrini: doveva essere un processo, si è trasformato un pò in un apologo dello Sbafatore, che in fin dei conti non uccide nessuno, non toglie preziosi posti di lavoro ai disoccupati che devono pagar famiglia e mutui, e aggiunge un pò di folklore e note di colore alla vita di tutti i giorni. E la testimonianza di Irene Ghergo conferma: quelli del cibo sono innocui, si accontentano di tartine, ben altro accade nei settori del cinema e della moda. Insomma facciamoli santi subito.
Tradizionale cena delle 3 forchette con alcune novità. La prima riguarda la location, la grande sala dello Sheraton che cerca (e non ci riesce) di farci dimenticare la sede storica della Città del Gusto. La formula è innovativa, non più la cena placèe, ma i piatti ce li andiamo a prendere direttamente dagli chef che cucinano lungo il perimetro della grande sala. Una formula che velocizza il ritmo della cena, permette di scambiare qualche chiacchera con gli amici capitati ad altri tavoli, i piatti vengono raccontati dagli chef in prima persona e vengono anche facilmente digeriti grazie ai chilometri che si fanno. Due annotazioni, l’enorme palco è rimasto a lungo tristemente vuoto, e non capiamo perchè, gli assaggi erano tutti di buona o ottima fattura, ma il kiwi di Pier Giorgio Parini (siamo stati fortunati, abbiamo inziato da lui) ci ha aperto i polmoni con le sue note balsamiche e rinfrescanti che ci hanno accompagnato in dolce ricordo fine alla fine, bravo Pier Giorgio.
Ed ha avuto un buon successo l’idea di far improvvisare gli chef che volevano esibirsi. D’altronde avevano a disposizione una serie di prodotti di altissimo livello, completati da un banco frutta e verdure allestito per l’occasione. E ci siamo così divertiti fino al brindisi finale. In conclusione un ottimo inizio per un evento che voleva essere limitato, esclusivo, di qualità. E pensiamo che sia andato bene oltre le previsioni.
Papille Esigenti, un titolo curioso inventato da Paolo Serani, che vuole essere di richiamo per chi ci si ritrova in questa dizione. E non sono pochi quelli che arrivano, perlopiù ristoratori, che hanno approfittato della giornata di beltempo dopo il diluvio del sabato. La location è bellissima, siamo al Castello della Castelluccia, al centro dell’Azienda agricola di Giansanti Di Muzio, tra boschi pascoli e prati. La selezione dei prodotti è alta, la presenza dei produttori nobilità ulteriormente l’evento, e noi seguiamo da vicino la jam session di cucina improvvisata: gli chef che si mettono a disposizione girano tra i vari desk e inventano la ricetta al momento con gli ingredienti fantastici che trovano sui desk degli artigiani espositori. Ci divertiamo e poi la giornata si chiude con l’interessante degustazione di formaggi presentata da Enrico Panzarasa e Hervè Mons, celebre affinatore d’Oltralpe.
I funghi dell’Atlas Coelestis
E ci accingiamo ad illustrare un altro evento nel quale siamo stati coinvolti: Papille Esigenti, da un’idea di Paolo Serani, agente della Selecta su Roma. E Paolo Serani riceve i primi produttori invitati ed arrivati a Roma con una cena romana all’Atlas Coelestis, un’inusuale ristorante in zona Trionfale, un pò fabbrica della birra, un pò ristorante di riferimento soprattutto degli abitanti del quartiere. Un ristorante che si basa su un’ottima selezione dei fornitori, e quanto vediamo ce lo conferma ancora una volta. Porcini e ovoli freschissimi in quantità e di rara qualità per far felice la sala (al completo).
Capri un tempo era coperta di vigne, anche perchè il vino dava sostentamento agli abitanti. Oggi sono poche, alcune a Marina Grande, ma quasi a livello mare, le più interessanti sparse sui declivi di Anacapri e quella storicamente più importante è nei giardini di Villa San Michele. Qui abita il Console svedese che ha comunque interesse a valorizzare questo lembo bellissimo di terra che racchiude il gioiello della villa di Axel Munthe. Raffaele Pagano, ben noto per i vini di Joaquin, nessuno è banale e tutti “particolari”, è per carattere e indole predestinato alle missioni se non impossibili, almeno complicate. Come quella di seguire questi filari sparsi, raccogliere l’uva alla sera, imbarcarla al primo aliscafo del mattino sotto ghiaccio e portarla ad Avellino per ottenere poche ma preziose bottiglie. L’ultima sua creazione è dedicata per l’appunto ad Axel Munthe.
