Angelika e Irene Stafler gestiscono questa bella azienda divisa specularmente tra Albergo e Capannoni. Ambedue queste parole sono riduttive. L’Albergo è una signora struttura con belle camere, alcune suites, e sul retro un piacevolissimo centro benessere. Ben tre ristoranti sono a disposizione, la saletta delle prime colazioni (con colazioni di ottimo livello), il ristorante normale e la stube per il gourmet. E di fronte è in costruzione la nuova struttura dell’azienda agricola, che sarà biologica e green con particolare attenzione all’impatto ambientale.
Redazione Witaly
Gran Galà dell’Ais a Frosinone, ne approfittiamo per salutare la simpatica Delegata, Angelica Mosetti, che si adopera non poco per la valorizzazione dei vini laziali e altri amici e colleghi. Il Palazzo della Fonte è bellissimo, la cena di gala troppo lunga mette a dura prova la resistenza degli invitati. Ma è un piacere brindare con così tante persone e con questi vini.
Anche con il maltempo Villa Irlanda si fa apprezzare con il suo bel parco e i larghi spazi. Preceduta da una piccola ma qualificata esposizione di prodotti, ecco la cena approntata dal meglio della ristorazione del territorio (Gino Pesce, Claudio Petrolo, Fabio Stivali meglio conosciuto per il trombolotto, e lo chef di casa). Cena che si rivela piacevole dall’inizio alla fine con piatti ben eseguiti. L’evento Vinicibando, condotto da Tiziana Briguglio, continua poi al mattino con un convegno sull’olio e la sua contraffazione, al quale partecipiamo volentieri ed altre iniziative che non abbiamo poi seguito.
Conoscevamo poco quest’azienda, Campo alla Sughera, una ventina di ettari (15 vitati) al centro di Bolgheri nella zona pianeggiante con un fitto schema di impianto (oltre 9000 piante per ettaro) e uve piantate a fine anni novanta inizio duemila. Azienda di proprietà tedesca, affidata all’ing Tirabasso che ci illustra con garbo storia e vini con qualche aneddoto e curiosità. Non venivamo da oltre venti anni al Girarrosto Fiorentino, sede della degustazione. E’ rimasto tale e quale, e forse avrebbe bisogno di un restyling, un pò come i piatti. Ne scopriamo l’ampia cantina dove per l’appunto è posizionato il tavolo. Vini piacevoli con la sorpresa in positivo dell’elegante e interessante Campo alla Sughera di uve petit verdot (con un pò di merlot).
Forse nulla è indimenticabile, ma tutto è gradevole: dal nome curioso alla location originale e un pò nascosta sotto la scalinata che porta al Colle Oppio, dall’arredo gradevole alla cortesia dell’accoglienza. E poi c’è la cucina di Riccardo, giovane ma non giovanissimo chef che ha accumulato varie esperienze nella Capitale. Predilezione per i fritti (pure troppo, le crocchette saltano fuori in varie riprese, secondi compreso), sopra le righe anche qualche condimento, ma alla fine si mangia benino e si spendono 39 euro (menù degustazione) che alla luce di quanto detto ci sembrano proprio ben spese. Il piatto migliore? il kebab, bruttino a vedersi, ma decisamente buono in bocca.
Avevamo molta curiosità nel vedere da vicino l’approdo di Matteo Lorenzini in questo straordinario ristorante piazzato alla sommità del Westin. Succede alla brava Enziana Osmenzeza che presto dovrebbe aprire oltrarno il suo ristorante, ed è reduce dall’effimero trionfo delle Tre Lune passate dalla gloria della stella Michelin all’improvvisa chiusura in pochi giorni. Nel frattempo ha avuto altri brevi esperienze, tra le quali un passaggio interessante nella brigata di Guida al nascente Seta del Mandarin di Milano. Dopo un anno ritroviamo Matteo molto più maturo, per carattere e per stile di cucina. Non ha rinnegato il suo amore per la Francia, non ha abbandonato la linea classicheggiante delle ricette, ma di sicuro ci sembra più misurato, un pò meno carico nei fondi e nelle salse, più aperto al mondo che lo circonda e con il quale si deve confrontare. L’unica nota un pò negativa, o diciamo meno brillante del resto, sono i dessert dove si sente la mancanza di Ilaria, ma il resto è una sinfonia di gusto e succulenza che ha pochi rivali: dagli gnocchi alle capesante, dal merluzzo alle animelle. Le noti dolci si susseguono condite dall’untuosità voluta delle gocce di grasso o fondo aggiunto (in perfetta misura) e contrastate ma sempre al livello più basso della possibile scala di valori da una nota sapida o di freschezza (lime, limone, pepe ecc..). Non è una cucina di contrasti, ma di morbidezze a scalare; non è una cucina a 360°: manca infatti una nota piccante, manca una nota amara, manca perfino il croccante, ma c’è in compenso tanta abbondanza di gusto e generosità per il puro piacere del palato. Il piatto peggiore? il risotto. questo sì eccessivamente mantecato, il migliore? l’astice, dove però c’è un grave errore, proprio l’astice! nel senso che è buonissimo, ma il piatto sarebbe stato eclatante senza il crostaceo e di soli tuberi con la sola (magnifica) scorzonera resa intrigante dai lamponi e rape rosse.
Giorgio Pinchiorri ci ha sempre parlato bene e spesso ci ha fatto assaggiare il Carbonaione, così quando ci hanno invitato a degustarlo alla presenza del produttore non abbiamo avuto alcun dubbio. Anche perchè la sede era il Brunello, l’elegante ristorante del Baglioni Hotel Regina. A piedi è quasi d’obbligo passare di fronte alla Fontana di Trevi e così ci siamo goduti lo spettacolo della nuova illuminazione che ne esalta ancora di più la bellezza. Una grande bellezza che ci ha ritirato su il morale, rispetto a quanto è avvenuto a Roma nel recente passato e in questi giorni a Parigi. Papà Vittorio Fiore è enologo, e anche il figlio Jurij lo è. Una Persona quindi preparata che ci ha ben spiegato le caratteristiche di questo vino, sangiovese in purezza da vigne molte vecchie (anche 80 anni), un vino di grande frutto sostanza e potenza. E poi prima il più semplice Chianti Classico e dopo un altro vino di sicuro interesse che non conoscevamo, il Capogatto, un bordolese (con aggiunta di petit verdot), molto elegante, che è già buono e che crescerà ancora con l’età delle vigne, attualmente ancora giovani.
Un pò di Manhattan a Roma con questo Ted, lobster&burger per gli amanti dei due generi. Il locale ci sembra coinvolgente, per la corretta ambientazione, per l’azzeccato arredo, per l’attenzione ai dettagli. Un fast food con il confort di un low food, ed infatti è frequentato da giovani ma non dai giovanissimi. L’originalità è la proposta del lobster (astice) in varie versioni, ed in effetti il lobster roll ricorda molto l’originale del Maine, con il panino un pò dolciastro. Qualche vino al bicchiere e soprattutto molti longdrinks.
E’ diventato tra i più grandi pasticcieri d’Italia senza mai perdere sorriso ed umiltà. Ce l’aveva indicato Marzia Tempestini tanti anni fa quando avevamo scoperto il Tucano di Calenzano, e da allora lo abbiamo seguito in tante situazioni vedendone la costante crescita. La pasticceria è rimasta quella di allora, il laboratorio pure, non troverete manie di grandezza e sogni di gloria, libri firmati o altro ancora. Paolo però è sempre lì ad accogliervi con i suoi grandi dolci, come in quest’ultima occasione dove ci siamo ritrovati con la brava Marzia, altra persona costante e seria in questo grande circo.
Da Heinz Beck a Michel Roux, da Gordon Ramsay a Renè Redzepi, Davide Caranchini, 26 anni, si presenta con un curriculum di assoluto rispetto. Al suo fianco il giovanissimo Guglielmo Curcio, una cucina ben sistemata ma non a livello della sala, un ristorante di grande charme come questo di Casa Santo Stefano con vista lago. La mano si vede, il risultato è già convincente lungo un percorso moderno ed articolato che inizia con una serie di stuzzichini ben presentati e subito due affondi: la tartare di salmerino con delizioso contrasto dolce amaro, e lo sgombro affumicato più classico ma ugualmente elegante. Si prosegue ad ottimo livello con la lingua e le animelle, ci convincono leggermente di meno i due primi, specie un raviolo un pò stucchevole e poco contrastato. In genere i dessert sono meno amati dai giovani cuochi, ma non è quest il caso, ottimo il predessert come anche il gran finale della passeggiata nel bosco. Davide lo vedremo in azione al nostro prossimo Emergente Nord a Milano a fine novembre.
Nota: Aggiorniamo questo testo, perchè il ristorante è stato chiuso per fare altre camere e Ambra e Davide Caranchini apriranno presto (febbraio 2016) il nuovo ristorante Materia a Como.
