Il Relais è piacevole, comodo (1km forse meno dal casello), tranquillo e nascosto. Insomma una sosta consigliabile a chi cerca relax e serenità, le camere sono poche, un pò datate, ma confortevoli e le tre stelle dichiarate sono un segno di modestia in rapporto a quanto offerto. E anche la cucina merita la segnalazione. Un giovane chef, Davide Di Rocco, con belle esperienze da Cracco, Bera, Ciresa, tutta gente in gamba, e i dubbi che avevamo prima di entrare man mano che arrivano i piatti si fanno evanescenti. Certo c’è in quasi ogni piatto qualche elemento di troppo, qualche ridondanza nei condimenti e creme, ma comunque si vede un buon potenziale che andrebbe rifinito da un’ulteriore buona esperienza. I piatti migliori? il pesce ben presentato e costruito, anche se un pò barocco, e il primo dessert (crema di nocciole) buono ed originale.
Redazione Witaly
Curioso vedere tanti cuochi che parlano della sala, ma è indubbio che avvertono il problema e sanno che è lì che si gioca il futuro dell’alta ristorazione (in quella media o bassa secondo noi il problema ormai non si pone nemmeno più). A convocare tanta bella gente ci ha pensato le Cantine Ferrari con la sua scelta di creare un premio specifico nel quadro delle classifiche internazionali dei 50 Best. Una serie di interventi interessanti che spaziano dalla Bocconi al Clovis Club di Londra e che si chiudono con l’intervento di Gualtiero Marchesi. Applauditissimo Antonio Santini, sarà lui a vincere per primo? Se lo meriterebbe a furor di popolo.
Il nuovo Atman di Igles Corelli
Che spettacolo la cucina di Villa Rospigliosi! quasi più grande della sala, ben organizzata e spettacolare con la grande vetrata di affaccio sulla sala. C’è alta tecnologia, ma c’è anche grande passione e talento. Igles più passano gli anni più si contorna di giovani, è un pò come il sottoscritto che è sempre alla ricerca degli emergenti. Sono 33 anni che ci conosciamo e sembra quasi ieri. Ma senza ripercorrerne il percorso, noto ai più, vediamo quest’ultimo atto, l’ultimo ristorante dove è approdato. E’ l’ultimo, ma in realtà è il primo. Il primo che è fatto veramente a sua immagine e somiglianza. Il suo nome è inciso quasi ovunque, e di ogni dettaglio ne ha curato la realizzazione, non solo in cucina, ma anche nella bellissima ed elegante sala con le due altrettanto belle salette a destra e sinistra. Un servizio giovane ed esemplare accompagna una serie di assaggi che denotano l’attenzione alla qualità esasperata (la carne di kobe, il salmone sockeye, il capriolo sparato, il finger lime che costa un botto, ma che è piacevolissimo quando scoppietta in bocca). Il risultato è un cammino intrigante ad ogni passo, una lezione di cucina moderna gustosa e piacevole con il limite (ma crediamo sia espressamente voluto) di poca aderenza al territorio e deciso respiro internazionale. Percorso che secondo noi trova il vertice in una rarefatta ma elegantissima anguilla, (quattro pennellate di arte gastronomica), e il punto minore in un riso un pò ammassato che richiederebbe più leggerezza e un contrasto maggiore (nonostante il finger lime, che comunque aiuta).
Bella villa in stile toscano, sembra ideata dal Bernini e realizzata poi da un suo allievo. Originariamente dimora estiva della famiglia Rospigliosi, poi quasi abbandonata, nel nuovo secolo ha cambiato proprietà. Oggi il restauro è praticamente finito e la Villa è luogo privilegiato per le grandi occasioni. Ha anche alcune comode stanze, oltre ad ospitare il ristorante Atman di Igles Corelli.
La Bottega di via Pacinotti è diventata un signor ristorante in questo nuovo indirizzo sul Lungarno di San Niccolò, proprio sotto al Belvedere di piazzale Michelangelo. C’è l’Enoteca, c’è un bellissimo bar dove ci prendiamo il caffè con le pralines e che di sera dev’essere magnifico, ci sono due eleganti dehor, e c’è nel mezzo la sala del ristorante. Bella e comodosa, cucina a vista, clientela di riguardo, servizio impeccabile anche se un pò rigido di Paolo Manoni e Vito Angelilli (sommelier). In cucina c’è il giovane Antonello Sardi, fiorentino, anche lui elegante nei modi e concentrato sul lavoro. Non ha alle spalle grandissima esperienza, ma cerca di supplire con passione e buona volontà ben aiutato da una serie di giovani, tra i quali citiamo il souschef Erez. La cosa migliore è il pane, anzi le due focacce, irresistibili. Il resto si fa ben vedere con presentazioni curate, cromaticamente gradevoli, ma poi a volte di fin troppa sostanza (come ad esempio il risotto) e sapidità (le due paste ripiene). Meglio gli sfizi iniziali e la parte finale con una semplice ma fine cernia su foglia di bietola e un buon dessert.
Tenuta della famiglia Fendi alle porte di Roma, un angolo di campagna romana ancora intatto, che ne fa capire la bellezza, perfino in una brutta giornata con la pioggia che viene giù senza tregua. Ogni anno qui si svolge una mostra di fiori e di piante che è ormai diventata un must per gli appassionati e si arricchisce sempre di contenuti interessanti. Accanto ai fiori fanno capolino i prodotti della tenuta (formaggi e carni) e i vini che vengono prodotti altrove da Anna Fendi.
Sono proprio bravini questi due giovani chef, Domenico Stile con il suo aiuto Antonio Autiero, che da qualche settimana hanno preso la responsabilità delle cucine di questa bellissima struttura, tra le più belle, ampie, eleganti della Capitale. Professionalità in sala, cuori giovani in cucina con tanta voglia di fare. La scuola è quella, maniacale e un pò sesquipedale, di Nino Di Costanzo, innervata da passaggi importanti da Crippa, Bottura, Cannavacciuolo ed Alinea! Come per dire che non si è fatto mancare quasi nulla! Ed il risultato c’è tutto in un menù lungo, complesso, ambizioso, dove la quota tecnica è rispettata, il divertimento pure, i sapori ci sono con qualche imprecisione qua e là (monotono il tataki di tonno, troppo carico il condimento degli spaghetti). Lode comunque alla sequenza iniziale, molto studiata ed appariscente, buoni i secondi e anche la serie dolce finale con una pasticceria fine e precisa come è raro vedere. Disappunto vero solo per il risotto, brutto, pesante e greve, sembra quasi di un’altra mano.
Tutto gira alla perfezione in questa Trota (ora con la sala bella ed elegante): dal servizio di Maurizio ben coadiuvato dal suo staff, ad una cucina affollata da dove escono ricette interessanti che esplorano e approfondiscono l’universo poco conosciuto dei pesci d’acqua dolce. Per assurdo, ma è meglio così, non troviamo neppure quasi mai la trota, che è l’unico di questi abbastanza noto e che dà il nome al locale, ma ci sono sempre tante altre tipologie che vengono qui proposte in modo originale. Molti ormai hanno scoperto il locale e conoscono Rivodutri, fino a qualche anno fa ignoto perfino agli abitanti di Rieti, e speriamo che questo numero cresca, perchè ne vale veramente la pena. Quest’ultima volta ci siamo goduti l’innovativo cuscus di orzo semola e spinaci con un delicato persico al profumo di ananas, e facciamo fatica a riconoscere lo stopposo pesce gatto nell’intrigante “epigramma” al profumo di bergamotto che ci viene servito. Ma non sono solo pesci d’acqua dolce, buono è anche il più semplice, ma ben cotto, castrato e il finale non delude, con delle pralines che sono tra le migliori servite nella nostra ristorazione.
Sul corso un nuovo locale che non vuole passare inosservato: arredo audace, colori sparati, design aggressivo. La forma può piacere o no, ma i contenuti fanno la differenza: ottima la selezione dei prodotti, molti del posto; largo spazio ai vini con una selezione curata e valida. Nella sala in entrata si ordinano vini a calice , taglieri di affettati e qualche semplice piattio; mentre nel piccolo spazio sul retro vicino alla cucina la proposta è più ambiziosa. Qui sotto vedete riportati alcuni piatti, non sono ovviamente perfetti, peccano a volte di ingenuità, ma comunque sono abbastanza soddisfacenti, curati, offerti a prezzi competitivi, e poi scopriamo che sono cucinati da cuochi poco più che ventenni! Da non perdere l’agnello, sopra le righe.
