10 anni di Imago, 10 anni di consenso crescente di pubblico (il ristorante è sempre pieno) e di critica (la cucina di Apreda ha alti punteggi su tutte le guide, forse la sola Michelin lo penalizza un pò con una sola stella), ma non era scontato. In tanti ci avevano provato prima ed il ristorante, nonostante la posizione e il prestigioso contesto, non era mai decollato. Doppia lode quindi a Roberto Wirth, al bravo Francesco Apreda, ma direi anche a tutta la brigata di cucina e di sala capitanata dal sempre presente Marco Amato che lo supporta con una magnifica coesione e uno stile ineccepibile.
Redazione Witaly
Merita tutto la visita al Ruski, sia per la spettacolare posizione all’84simo piano del più alto dei grattacieli, sia per la cura del design e le tante soluzioni adottate (dalle toilettes, al ristorante dei bambini, dalle alcove allice bar, dalla spettacolare cucina a vista al tradizionale forno a legna). La carta offre proposte abbastanza varie e semplici che non hanno grosse pretese gastronomiche, ma che alla fine si rivelano corrette anche per il prezzo niente affato caro come la location invece farebbe supporre.
Ovo, ovvero Carlo Cracco a Mosca
4 anni fa eravamo qui, al primo piano dell’Hotel Lotte, ad assaggiare i piatti di Pierre Gagnaire. Oggi al suo posto è questo OVO di Carlo Cracco. Siamo contenti per un doppio motivo: l’affermazione della cucina italiana e il livello di cucina che abbiamo trovato. Nulla da invidiare a Pierre Gagnaire, stile differente ma sempre grande cucina firmata Carlo Cracco, e ben eseguita interpretata e proposta da Emanuele Pollini, giovane elegante chef che con una piccola brigata fa veramente ottime cose. In sala accoglie con professionalità ed esperienza il bravo Alessandro Troccoli, il menù suggerisce varie proposte e un interessante percorso di degustazione. Il buon giorno si vede dal mattino: il ramo degli stuzzichini è bello e buono, poi un inizio scontato ma dovuto con il crudo di mare, ed ecco che arriva il piatto memorabile: l’insalata di granchio del Mare Artico merita da sola il viaggio. Eravamo già soddisfati, ma come non citare il lodevole pinzimonio e ancora di più il tuorlo non tuorlo, un piatto vegetariano divertente ed intelligente? Difficile mantenere quest’altissimo livello ed infatti il piatto meno convincente sono gli spaghetti a vongole coperti dal troppo peperone, ma riscattati dai successivi intriganti tagliolini con caviale e olio di alghe. Classico il secondo e si chiude con due dessert (meglio lo spettacolare e leggero tiramisù del mandarino e della piccola pasticceria). In sintesi un’ottima cena che non sfigurerebbe in Italia e che rappresenta una delle migliori esperienze che abbiamo fatto di cucina italiana all’estero.
Il gruppo del White Rabbit rappresenta, o almeno così dice, il vertice della ristorazione di Mosca. Il Selfie è un grande e bel locale al primo piano di un elegante Shopping Mall. Il colpo d’occhio è notevole, cucina completamente a vista, grande sala con due note caratteristiche: la bella cantina dei vini a vista e l’acquario per i frutti di mare. Altra cosa positiva il servizio. Sotto l’occhio attento di un giovane sommelier tutto scorre liscio, il vino consigliato è interessante e ben spiegato. Siamo a pranzo, con un menù ridotto probabilmente non rappresentativo della cucina, ma dobbiamo dire che i piatti sono banali e deludenti, salvo un buon tortino di topinambur.
Per noi sarà un bel ricordo questa presentazione di un pezzetto dell’Italia gastronomica ai giornalisti ed altri appassionati di Mosca. Una breve panoramica di 4 regioni: Sicilia, Campania, Lazio e Umbria che si è poi conclusa con un menù appositamete studiato dagli chef del Maritozzo. Tante le domande, le interviste, la curiosità che c’è in molti qui a Mosca per la cultura italiana. Si avverte anche l’orgoglio della riscoperta delle proprie radici e delle tradizioni locali, riscoperta che ha avuto anche una forte spinta dalle sanzioni che hanno stimolato chef e produttori produrre in loco, e da questo punto di vista è stato forse un bene. Di certo speriamo che le sanzioni vadano a scomparire, la libera circolazione delle merci è un bene pari a quella delle persone.
Con le sanzioni in atto si fa un pò di fatica, ma si compensa con creatività ed inventiva. Poi qualche buon prodotto arriva, qualcuno si riesce a trovare anche in Russia e alla fine la carta del menù è tutt’altro che misera, e comprende tante ricette e varianti che spaziano un pò seguendo tutti i generi. L’origine umbra degli chef traspare in alcuni piatti (i frascarelli, la pernice, la cicerchia), ma nel complesso è una proposta ampia che abbraccia vari generi e cucine regionali non tralasciando nè mare nè monti. Anche la carta dei vini spazia lungo la penisola, ma noi siamo curiosi e scegliamo vini che provengono dall’Armenia e dalla Georgia, ben presentati dal servizio in sala. Il cestino del pane è vario, a ns giudizio però migliorabile. Lungo il percorso meglio i calamari del salmone un pò coperto dalle rape rosse, meglio le pappardelle dei frascarelli un pò troppo delicati, meglio la buona pernice cotta a puntino del rombo un pò troppo cotto. Il piatto comunque più interessante e originale ci sembra quello dei quadrucci ripieni di alici ben contrastati dal caprino e rinforzati nella persistenza dal battuto di ostriche, un bel piatto davvero. In cucina Andrea Impero con passione e impegno, dietro le quinte si alternano Marco Gubbiotti e Andrea Santilli. Come già visto nell’altro post, il locale fa parte di una struttura complessa e articolata di indubbio respiro e notevole potenzialità.
Tre piani di benessere gastronomico: ecco il nuovo Maritozzo nell’elegante quartiere delle ambasciate a Mosca. Sulla stessa strada troverete anche altri locali celebri, ma questo nuovo ristorante italiano si distingue per l’alto impegno di risorse: sotto la sigar room con la sua lounge confortevole, al piano terra negozi di lusso delle scarpe (primaria attività dei titolari), e un bellissimo caffè italiano. Il primo piano è quello che maggiormente attira l’attenzione: a sinistra la grande enoteca, dove si può anche mangiar eun menù semplice, a destra il ristroante gourmet, con la cucina completamente a vista. Dietro laboratori di pane, pasticcieria, servizi vari. Insomma un progetto completo che si avvale della consulenza di Ivan Pizzoni con due bravi chef italiani: Marco Gubbiotti e Andrea Santilli che si alternano, mentre Andrea Impero è il bravo chef resident.
Partenza per Mosca dal terminal 3, un’occasione per vedere “Attimi”, il nuovo format di Heinz Beck che propone 3 alternative (oltre al menù alla carta): l’attimo al volo da 30′, poi i due attimi da 45′ e quello da 60′. Ogni alternativa è in realtà un piccolo menù e il messaggio ci sembra indovinato: nella vita “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” (Cesare Pavese). Al volo assaggiamo un croissant, la ceviche, i carciofi fritti e il pane burro e alici. E’ tutto buono, ma il pane burro e alici è veramente ottimo, da non perdere! Attimi è aperto dalle 10 del mattino a sera tardi, con servizio di colazione e asporto. Impeccabile il servizio di Nino Tarallo. Che dire? Heinz Beck si conferma sempre non solo un grande chef ma uno dei pochi veri professionisti della ristorazione italiana. E accanto è Kimbo, con un ottimo caffè, anche nella versione della “cuccuma napoletana”.
Sono tre giovani e già molto bravi, ricchi di esperienze significative anche all’estero, determinati nell’andare avanti puntando in alto e non trascurando comunque il presente, ricordiamone i nomi: Lorenzo Stefanini, Stefano Terigi, Benedetto Rullo. Presente che non è cosa da poco, il Giglio per posizione e storia è uno dei ristoranti più frequentati della città, spesso pieno a pranzo come a sera. Due linee convivono, quella più tradizionale mentre in parallelo avanza quella più innovativa proposta dal giovane trio di chef. Un cenno alla sala, anche questa giovane e competente dove comunque arriva sempre l’occhio esperto di mamma Paola. Tornando alla cucina l’inizio ci è sembrato migliore del finale: divertenti anche se un pò imprecisi gli stuzzichini iniziali, poi un’ottima sequenza dove non sappiamo scegliere il piatto migliore tra l’astice crudo, i geniali spaghetti freddi al lardo e ostrica, il manzo marinato (con troppo wasabi), il tagliolino in brodo di ricci (un pò piacione ma squisito). Non amiamo molto i tortelli lucchesi, passaggio tradizionale, deliziosa la coscia confit del piccione (mentre il petto era fin troppo al rosa e speziato), non ci ha convinto l’ultimo spaghetto, quello al fegato e vinacce e anche il dessert non era incisivo come quanto visto prima. Ma mentre servivano il nostro tavolo, dovevano anche pensare ai 70 coperti tra dentro e fuori arrivati praticamente assieme e dobbiamo dire che la brigata di cucina e sala ha lavorato in simbiosi su ritmi altissimi e questo è un altro bel segno di professionalità.
Erano anni che non salivamo fin quassù. E dobbiamo dire che nei mesi invernali, senza la pressione dei turisti, il borgo storico rimane più intimo e riservato e se ne apprezza la serenità ed il panorama. Il ristorante Righi da tanti anni è un pò il punto di riferimento gastronomico di quest’antica Repubblica, e da quando è qui arrivato Luigi Sartini, bravo allievo di Gino Angelini, la cucina ha alzato il suo livello, ed è pure arrivata la stella Michelin. Due le alternative, al piano terra l’osteria più tradizionale, al primo piano si cerca di proporre una cucina più attenta e tecnica. Luigi è uno chef capace e solido, di lunga esperienza, con una cucina centrata sui gusti locali, sapori pieni, pietanze corroboranti, ragù importanti. I piatti migliori ci sono parsi i due secondi, il brodetto di pesce generoso nella varietà e bontà della materia prima, e il successivo agnello, buono e di precisa cottura. Un pò meno precise le pietanze precedenti o per troppo intingolo, o per un ingrediente errato (le carote disidratate), o per difetto di cottura (i passatelli). Buona la chiusura finale con l’innovativo dessert al cioccolato bianco come anche l’attento servizio al tavolo di Paolo Pinna.
