Amiamo i formaggi ed è un piacere vederli così ben selezionati ed esposti in questo piccolo negozio, Sogni di latte, di Luigi (Giggi) Muroli messo su con tanta passione e competenza. Diventato famoso per la ricotta, oggi offre chicche di piccoli produttori come ad esempio con il caciocavallo podolico ed il carmasciano. Manca solo lo spazio per poterli assaggiare con giusta calma, ma stimoliano Giggi a continuare per questa strada, complimenti!
Ristorazione&Ospitalità
Non dubitavamo conoscendoli, ed è stato un piacere averne la conferma. La pizzeria dei Fratelli Salvo è un bell’esempio di come dovrebbero essere le pizzerie cosiddette gourmet con ampi spazi, anche dietro le quinte, con un grande senso di ordine e pulizia, con arredo non vernacolare ma curato, con attenzione ai vini, alle birre ed al servizio. C’è tutto questo e anche di più come la buona illuminazione e l’acustica sotto controllo. Venendo poi alla parte gastronomica c’è l’usuale attenzione ai prodotti, e la riproposta nel menù dell’offerta della pizzeria madre, a San Giorgio a Cremano. Devo dire che la crocchetta di patate c’è parsa buona ma non sublime come ce la ricordavamo, e abbiamo trovato meglio la margherita della pizza con polpette di ricotta a cui manca un pò di sprint.
Mancavamo da qualche anno e l’abbiamo trovata ancora più in forma di prima. Parliamo de La Casa di Ninetta, un posto di semplice incanto dove passare con gioia una serata per il buon senso che emana e le buone maniere che applica. Meglio di prima in quanto al pur bravo papà Carmine sono subentrati i giovani figli, Anna e Francesco, che sembrano nati per coinvolgere gli ospiti (d’altronde in famiglia c’è anche una certa Lina Sastri ben nota). Non solo quindi il locale fa la differenza con il suo arredo da applausi, ma anche l’accoglienza allegra ed elegante dei due fratelli. La cucina poi non farà le capriole, ma neppure delude mantenendosi su un binario più che accettabile, come anche i prezzi. Migliorata anche la cantina, insomma un posto che secondo noi vale la pena provare.
Curiosi gli ultimi anni di Ramona e Riccardo, una delle coppie più rappresentative della nostra ristorazione. Dopo essere stati fermi a lungo nel cambio di sede, quasi improvvisamente hanno aperto un albergo, The Hall, il nuovo ristorante All’oro, il ristorante distaccato Madre (consulenza) e il nuovo ristorante all’ultimo piano della Rinascente. Questo è l’anno del consolidamento, e ci sembra stiano puntando soprattutto sul MadelTerraneo (Rinascente) e ovviamente sul ristorante originale, quell’All’oro che li ha portati alla ribalta. E ci troviamo appunto in quest’ultimo, un’elegante bomboniera che sembra di stare in un club inglese, ma a riportarci a Roma sono i sapori che Riccardo ci propone. E lo troviamo in piena maturità, fedele ai suoi principi (meno male) e cioè il gusto come obbiettivo principale, con in più una certa giocosità che non fa male e un lodevole servizio di sala che interagisce con il cliente. Piccole sfumature da evitare come il formaggio troppo ripetuto e i tortelli troppo coperti dall’intingolo, ma per il resto è una carrellata di piatti buoni, che si fanno per giunta facilmente apprezzare e questo va a vantaggio del consumatore. Forse non acconteranno i palati difficili di qualche gastronomo errante, ma siamo dell’opinione che non sempre a tavola si devono per forza fare elucubrazioni che finiscono il più delle volte per essere senza alcun profitto.
Abbiamo visto la genesi dell’Indaco grazie alla serie di Summer Dinner fatte per l’Hotel della Regina Isabella. Ed è anche grazie a questi eventi che è nato l’Indaco e con lui è cresciuto Pasquale Palamaro. Nel suo DNA l’isola, e soprattutto il mare che la circonda. Il locale in questi anni è ulteriormente cresciuto cpme brigata e come pubblico e tutto questo ci fa piacere. Gode di un bellissimo affaccio sull’ultima ansa del mare sotto la bianca ed alta scogliera ed in estate all’aperto l’emozione è anche maggiore. Il tempo ancora non permette il dehor e quindi siamo nella sala interna, un pò classica, dove le pietanze di Pasquale trovano forse ancora maggiore risalto visto che non c’è la distrazione del paesaggio. Molto scenico è il benvenuto che anticipa una bella sequenza di cucina di mare molto ben presentata, ma anche molto buona specie nei due convincenti primi, mentre il bel millefoglie di triglie si rivelava troppo salato al palato. Gran chiusura con il carosello dei dessert. Lode al servizio con l’esperto Tommaso Mascolo in primo piano.
Franco Pepe, la pizza e non solo
authentica è l’ultimo gioiello di Franco Pepe, come autentico è Lui, da quando ha avuto il coraggio di fare il suo percorso allontanandosi dal locale di famiglia, scegliendo un posto nascosto nel centro storico allora decadente e immaginando una pizza che a quell’epoca non c’era, non tanto nella sua sostanza concreta, quanto in quella ben più difficile da ideare del suo valore aggiunto di traino di tutta la ristorazione campana. In pochi anni è cambiato il mondo, è cambiata Caiazzo, ed è cambiata la pizza che oggi domina la scena, non solo campana. Il merito è di tanti, non ultimi anche noi giornalisti che abbiamo puntualmente segnato e stimolato il settore, a cominciare da Luciano Pignataro a Barbara Guerra e Albert Sapere per arriv are a tanti altri in un coro non sempre accordato ma comunque funzionale per gli effetti che ha avuto. Ci ritroviamo dopo qualche anno in quello che era un rudere e che oggi è il Paradiso della Pizza, con il suo mentore Franco Pepe. Ed è sicuramente bello chiacchierare con lui e pensare a come spostare l’asticella ancora più in alto. Mai fermarsi Franco!!!
E’ un encomiabile lavoro quello che Carlo Capuano, patron del Sartù, fa nel suo locale. Sia filologico partendo da una ricca biblioteca di cucina soprattutto campana, sia poi all’atto pratico cercando di riproporre ricette lontane e famose. Il risultato è sicuramente lodevole e lo sarebbe ancora di più se riuscisse a rendere più sostenibile ad un palato moderno il percorso dei vari caposaldi della cucina napoletana che già presi singolarmente sono piuttosto impegnativi, non solo come impatto calorico, ma anche come impegno gustativo. Pensiamo alla genovese, al timpàno, alla frittata di scammaro…..tutte cose buonissime ma ne basterebbe un assaggio. Carlo, con l’ausilio pratico dello chef Angelo Lucignano, comunque è bravo pure quando si allontana dalla ricetta originale e la ripropone rivisitata, pensiamo alle alici in tortiera, e alla Rotonda sul Mara (pane raffermo con frutti di mare). Insomma un indirizzo che merita e speriamo che con un ulteriore evoluzione qui si arrivi a proporre una cucina napoletana rispettosa del passato ma percorribile pur nella tradizionale generosità dei sapori che fa parte della sua storia.
La cosa meno attraente è l’arrivo, a ridosso della ferrovia e tramite un vicolo dove è ben espressa la decadenza urbanistica delle nostre città. Poi superato il cancello, appare una piccola oasi felice. Siamo arrivati a Villa Maria Cristina, un piccolo albergo funzionale con comodo garage, piscina, piccolo giardino e prima colazione sufficiente (e al sud non è ocsì normale). La seconda sorpresa è la cucina. Qui opera il giovane (circa trenttene) Nicola Lanzi, ed è chef sorpredentemente maturo per la sua età. Sa bene che deve fare banchetti per poter far tornare i numeri, l’importante è farli bene. E cerca di farsi buon nome anche al di fuori di questi. La saletta, pur se troppo illuminata, è gradevole, il servizio di Clemente Vigliotti pure. Nicola propone piatti sensati, ha il dono della misura nel senso che non eccede in complicazioni, cerca di mantenere la direzione del gusto anche se non sempre poi ci riesce. Manca qua e là il tocco che a volte fa la differenza, ma alla fine quello che propone lo pone già in alto nel panorama del territorio. Nella sequenza dei piatti meglio i due gustosi primi degli antipasti eleganti e ben cromatici, ma un pò troppo coperti dalle salse. Anche la zuppetta di pesce (comuqnue sempre ben presentata) è migliorabile e invece c’è un gran finale con i dessert, davvero notevole. Un locale dove torneremo volentieri, sperando in un ulteriore salto in avanti.
Dopo tanti anni Francesco Apreda ha lasciato il campo, e all’Imago è arrivato uno giovanissimo chef, Andrea Antonini, romano, 26enne, importanti esperienze all’estero, alla sua prima prova da chef e, aggiungiamo noi, non in un posto qualsiasi ma un ristorante quotato e con una clientela internazionale di prestigio. Insomma la famiglia Wirth, proprietaria dell’albergo, è stata sicuramente coraggiosa. Ma, sarà che amiamo i giovani, ci pare abbia fatto una scelta giusta. Andrea in poco tempo non solo ha dovuto riprendere e reinventare la linea di cucina del ristorante, ma ha dovuto anche trovarsi una brigata, anche qui tutti giovani. La sala invece è quella di sempre, preparatissima, con Marco Amato alla guida affiancato da Alexandre Ciarla, Alessio Bricoli, ed altri ancora, e garantisce al locale continuità di accoglienza e di eleganza. Diciamo subito che Andrea è serio, preparato, ben dotato e ce lo ha dimostrato con una serie di preparazioni di livello con un bell’impatto iniziale di stuzzichini vari eleganti e ben presentati, poi un leggero calo negli antipasti (belli ma al carciofo manca il tocco romano, e alla triglia il tocco sapido). Ma nella parte centrale del menù si viaggia sicuri tra spaghetti, paste ripiene e tagliolini (solo i ravioli sono troppo coperti dall’estratto aggiunto), e stessa mano sicura la ritroviamo nei secondi. Semmai ci pare un pò vezzosa e superflua, (e complica non poco il lavoro della cucina e il servizio) l’idea di servire le ricette quasi sempre in due tempi (prima la ricetta, poi il suo seguito in chiusura). Un tempo lo faceva la Pergola, (con una brigata ben più collaudata ed estesa). Ma in conclusione siamo stati bene e non ce l’aspettavamo visto che stiamo parlando di una cucina ancora in fase di rodaggio, segno che la sala è una grande sala e che la cucina comunque ha un bel potenziale.
