Borgo a Pignano come abbiamo visto è una struttura piuttosto articolata: c’è l’Azienda agricola con i suoi 300 e più ettari, c’è l’Ospitalità, il Benessere, e ovviamente non poteva mancare la ristorazione. Quest’ultima presneta due alternative: il Fresco, più semplice ed informale, in uno spazio separato, con anche un forno per le pizze. Offre cucina regionale alternado piatti ben noti e fatti in modo corretto, a pizze (non provate) di vario tipo. C’è anche un laboratorio per la panificazione, che spande un buon profumo per tutta la Villa, e che sforna ottimo pane e biscotteria e dessert di vario tipo. E arriviamo al ristorante gourmet, che in estate si avvale di una romantica veranda con vista su Volterra, o gravita nelle sale interne della Villa. Alla guida Vincenzo Martella, cuoco di non straordinarie esperienze, ma ci mette la faccia e la voglia di fare con l’umiltà di chi sa che deve ancora apprendere. E il risultato è encomiabile già ora anche se la bellezza del contesto sprona verso la strada di una crescita ulteriore, soprattutto in termini di finezza e leggerezza delle ricette presentate. Nella lunga degustazione un plauso agli antipasti, con delle tagliatelle di seppia e delle animelle che si fanno ben valere, mentre il piatto migliore ci è sembrato un morone (il pescato del giorno) ben coniugato con le verdure. E parlando di verdure, con quello che abbiamo visto tra orto, giardino delle piante aromatiche, fiori ed erbe varie, pensiamo che la direzione dove il ristorante dovrebbe maggiormente impegnarsi sia senza dubbio quella della valorizzazione di questo patrimonio che è a portata di mano.
Redazione Witaly
I boschi della Toscana non sono avari di sorprese, come questo bel Borgo che non conoscevamo posto su uno dei colli prospicienti Volterra. E’ stato restaurato con cura mantenendo il carattere originario senza stravolgerlo con troppi interventi moderni. E i vari spazi offrono molte alternative, confort e relax. Un buon indirizzo per chi vuol dimenticare il mondo e rilassarsi veramente (non c’è nemmeno la televisione in camera).
E’ sempre un piacere veder vivere bene strutture del rango di Villa Igiea. Qui c’è storia, arte, cultura, anche relativamente al nostro settore. Basterebbe vedere la bellezza della grande sala, con il servizio della lampada, dei centrotavola, delle baffe di salmone ecc.. Cose che magari nella ristorazione odierna trovano meno spazio, ma che non dovrebbero morire, come anche le buone maniere di sala e cucina in un prestigioso albergo come questo, ed in effetti qui ce la mettono tutta, a cominciare dal direttore Vito Giglio. Un plauso và a questa piccola (nel senso di spazio rispetto alla vastità degli ambienti comuni dell’albergo) Cuvèe du Jour. Cuvèe significa prendere il meglio da vari fornitori, Jour di giornata, per poi assemblare il tutto nel modo migliore. Ed è quello che fa il giovane Carmelo Trentacosti con grande passione ed impegno (alle spalle un passato di competizioni con la NIC). Piatti ben concepiti e ben presentati, che si fanno ben volere ed apprezzare, che si gustano volentieri, che mantengono alto il livello della cena, dove però talvolta manca la sorpresa o il tocco intrigante che poi ti danno l’emozione. Da citare gli eleganti stuzzichini iniziali, il buon couscous e i vigorosi spaghetti con zucchine fritte, e l’ineccepibile servizio di sala.
Speriamo che i terremoti non arrivino più, ma è indubbio che Noto ai terremoti deve tanto. A quello di fine del seicento deve la sua nascita, quando fu ricostrutita (era più all’interno a circa 10km), come una magnifica quinta teatrale barocca, e ora dopo l’ultimo ha saputo lanciare la sua immagine nel mondo. Il turismo è cresciuto in modo esponenziale, le iniziative, i locali si sono moltiplicati.
E’ la seconda volta che ci veniamo e dobbiamo in parte correggere il tiro. La prima volta eravamo capitati in una serata un pò confusa con il ristorante stracolmo e l’impressione non era stata positiva anche dal punto di vista dell’accoglienza. La seconda volta, in condizioni più normali (comunque il ristorante anche stavolta quasi al completo), le cose sono girate meglio. Certo è che lo chef Vladimiro, ha sicuramente le ambizioni e la voglia di fare cucina di un certo livello, d’altra parte la cucina che ha a disposizione è veramente limitata negli spazi e questo ha sicuramente un peso nella giusta riuscita dei piatti. La cosa migliore ci sono sembrati i ravioloni, non molto eleganti ma sicuramente di gran sapore, come piace al gran pubblico che non manca di gratificare con la sua affluenza il successo di questo locale. E alla fine sono queste le cose che contano.
Peppe Barone ce lo presentò 25 anni fa Franco Ruta, colui che ha rilanciato praticamente da zero il Cioccolato Modicano (la città gli dovrebbe fare un monumento). Franco, palato e cervello fine, ci disse: Peppe è l’unico che in questa regione ha le idee giuste e che può fare finalmente una cucina siciliana sensata. Aveva ragione, due anni dopo ci richiamò perchè per fare bene le cose aveva bsogno di un nuovo ristorante e l’aveva finalmente trovato, nel centro storico, allora perlopiù abbandonato da tutti in favore di Modica Alta: nasceva La Fattoria delle Torri. C’era allora un giovanissimo ragazzo in cucina estroso e un pò ribelle, che si divideva tra la scuola, le sue passioni e il retrobottega di Peppe: Carmelo Chiaramonte. Primo ma non ultimo, qui sono passati Vincenzo Candiano, Accursio Craparo, Giuseppe Causarano, Antonio Colombo e tanti altri ancora. Insomma se la Sicilia sta conoscendo ora grande fama culinaria (con particolare riferimento al ragusano) è indubbio che tutti devono qualcosa a questo chef modesto e gran lavoratore. Per questo, anche se i tempi non ci hanno permesso di sederci alla sua tavola, almeno l’abbiamo salutato ed abbracciato.
Non deve essere stato semplice e non li invidiamo, ma alla fine ce l’hanno fatta e sono stati bravissimi. Lode a Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere per il grande sforzo compiuto (ottimamente supportato da Forma Mentis), che hanno presentato l’altra sera a Castel dell’Ovo una specie di summa sullo stato della pizza in Italia e nel mondo. Poi come tutte le classifiche ognuno ha in testa la sua, ma è forse la prima volta che un lavoro così ad ampio spettro sia stato realizzato in modo omogeneo. e questo testimonia il successo e l’alto gradimento della pizza che veramente non conosce ormai i confini. Il nostro giudizio, anche entrando nei meriti, è positivo e la classifica largamente condivisibile. Con poche annotazioni critiche: forse un pò troppo “campanocentrica”, ma la storia da una parte, e il team di guida dall’altra parlano con Napoli nel cuore, e quindi ci sta. Altra osservazione, da romani, è forse la sottovalutazione di Gabriele Bonci che, pur non essendo un pizzaiolo puro, ha dato a questo mondo un contributo inferiore forse al solo Gino Sorbillo, e che a nostro giudizio meritava e merita di più. Ultima annotazione è per Menchetti. Per noi in assoluto la pizza migliore del mondo in rapporto alla quantità di pizza sfornata. Occupa la 51sima posizione e per un pelo non rientra nei primi cinquanta. Dopo tanti premi speciali assegnati, si meritava almeno quello della Sfiga.
Non eravamo ancora stati nel nuovo ristorante di Accursio Craparo. Lo avevamo lasciato a Palazzo Failla, ora è ancora più vicino al centro storico, proprio di fronte al Museo. Un locale semplice ma ben curato, con un bel dehor sul Corso che sarà prevalentemente utilizzato per cocktail e per valorizzare il cibo da strada del quale parliamo in altro post. Con modestia e determinazione, aiutato dalla moglie Oriana, Accursio sta consolidando il suo ristorante in questo aiutato dal successo turistico della Sicilia e in particolare di questa area. La sua cucina è siciliana per opulenza di sapore, trascinante quando l’agrodolce è ben bilanciato (la memorabile cipolla rossa, un suo classico). Se il dessert ci è sembrato un pò troppo minimalista, e sottotono, i trucioli ci hanno decisamente convinto e colpito. Hanno la presentazione ad effetto, il profumo invitante, un substratum culturale, e sono infine decisamente buoni, anzi golosi.
Che bottega quella di Accursio! Tra sfinciuni e arancini, panzarotti di vario tipo e cipollate, focacce e polpette di patate c’è da perdere la testa. Merita non un assaggio ma un pranzo dedicato, mettetelo in nota. (C’è anche il take away per portarselo a casa, altrimenti da degustare nel bel dehor del ristorante che è di fronte).
Rispetto alla vecchia sede il balzo in avanti c’è tutto con questa nuova prestigiosa location che si divide tra il ristorante gourmet (che occupa lo spazio un tempo dell’Alloro) e il roof per un’alternativa più semplice ma rinforzata da una vista stupenda sui tetti di Roma. Siamo in fase di rodaggio, ma già la sala ci sembra a puntino, diretta con piglio giovanile da Andrea La Caita con l’aiuto di Davide Fresiello, Lorenzo La Gamba, Giacomo Scatolini, e al bar (interessante per il caffè offerto in varie tipologie e per i cocktail proposti) Luca Moroni. La cucina ci è parsa indietro, con un menù dove il gusto non manca, ma spesso a scapito dell’eleganza e della leggerezza. Comunque anche qui è una brigata giovane quella diretta da Alessandro Narducci con Simone Coletti come secondo e Lorenzo Spavone pasticciere, e quindi contiamo su una più corretta proposta complessiva a breve termine. I piatti migliori? ci sono sembrati i due antipasti, il polpo ed il buon carpaccio di gamberi.
